Cancellati i “comunisti” si può tornare al centralismo democratico

Nei giorni scorsi, all’assemblea nazionale del suo partito, Renzi ha ribadito con nettezza che ‘il tempo delle mediazioni era trascorso….che il PD era un partito democratico e non un partito anarchico’.  C’è un tempo per discutere e uno per contarsi – sembra dire Renzi – una volta presa la decisione, minoranza e maggioranza votano in modo compatto.  Ecco cosa cosa colpisce, ecco le ragioni per cui l’agire spesso non privo di brutalità e di indifferenza alle stesse consuetudini della storia parlamentare si giustifica agli occhi di molti: perché in esso c’era un richiamo all’ordine, ad una serie di regole condivise che una comunità politica deve darsi. Un richiamo a qualcosa che in questi vent’anni segnati dal prevalere delle fazioni, delle individualità e dei debordanti individualismi, credevamo di aver perduto, un bisogno di ritrovata  ‘disciplina’ da cui credo moltissimi italiani sono attratti.

Che tutto ciò sia legato anche alle ambizioni politiche di Renzi, della giovane leva che lo affianca non ha nessuna importanza: ciò che conta è che dopo una parentesi infinita, alle parole seguono i comportamenti. Si tratti del rispetto delle regole interne di un partito, del caso Expò e dei poteri conferiti a Cantone, o delle dimissioni immediate richieste al sindaco di Venezia dalla Presidente Serracchiani, questi trenta-quarantenni, dopo aver scalato il PD sembrano mostrarsi all’altezza della guida del paese.   Corrono dei rischi naturalmente: va compreso ad esempio che molta parte del 41% dei voti raccolti alle elezioni europee costituiscono una sorta di ‘pass’, un via libera per rimettere in moto il paese piuttosto che una manifestazione solida e radicata di fiducia; va capito che  gli italiani agiscono in condizione di stress, di paura, di disincanto e quindi che i consensi odierni, domani, potrebbero venire meno; soprattutto va fatto un sapiente bilanciamento fra la forza legittima che mettono in campo e l’arroganza che sempre accompagna  le azioni di forza. E’ indubbio tuttavia che con questa leadership, il PD ha creato le premesse per l’occupazione stabile del baricentro politico del paese. In pochi mesi sono riemersi due fattori di cui avevamo  perduto anche l’eco: la centralità della politica e l’idea che essa per conservarsi abbia bisogno sì di leadership ma anche di regole precise e condivise. Mancavano al paese dalla fine del PCI e della DC. Che ciò sia accaduto grazie ad una cavalcata – quella di Renzi – tutta basata sull’antipolitica e con un reiterato uso di motivi populisti (dallo slogan sulla rottamazione al tema dell’abolizione del finanziamento pubblico) è un paradosso che elude le nostre modeste capacità interpretative. Ma diverte l’idea che quanto tracciato in Italia, possa trovare inedite applicazioni in Europa appena il giovane Renzi vi sbarcherà: la spregiudicatezza non gli manca e parlare più o meno bene l’inglese – aldilà delle sciocchezze che si dicono a riguardo – non è certo determinante per i rapporti di forza fra i paesi.

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