Margherita Sartorio

Aziende agricole: sempre più ‘imprese manageriali’

Le aziende agricole italiane si stanno muovendo rapidamente in direzione di un’evoluzione di tipo “manageriale”, utilizzando questo termine per indicare una classe imprenditoriale concentrata non solo sul binomio lavoro e produzione, ma attenta a sviluppare le sue competenze gestionali, strategiche, sensibile al clima interno così come ai mercati, alla qualità del prodotto così come alla comunicazione.

  • Quasi tutte le imprese agricole ritengono che sia importante ricevere formazione e consulenza su gestione e sviluppo aziendale, ma lo sono in misura superiore alla media le aziende dirette da imprenditori giovani (under 45 anni), con livello scolare alto e nel Sud e Isole.

  • Quasi 9 aziende del settore agricolo su 10 sono interessate a formazione e consulenza in ambito produzione, in particolare sul fronte dell’innovazione dei processi e delle tecnologie, sulle certificazioni di qualità e poi sui processi di diversificazione e sulle relazioni con imprese e distribuzione per la definizione di politiche comuni.

  • Per quanto riguarda la formazione e consulenza in ambito marketing, 8 imprese agricole su 10 ne sentono il bisogno; l’interesse è ampio e su diversi aspetti quali la commercializzazione e distribuzione, la conoscenza e individuazione di nuovi mercati, gli studi sui prodotti e la comunicazione/advertising. Più consci della rilevanza del marketing nella conduzione di un’azienda sono gli imprenditori giovani, siano grandi o piccole le imprese.

  • La formazione e consulenza in ambito management interessa 6 imprese su 10. I temi più sentiti sono il ricambio generazionale e la trasmissione d’impresa, il reperimento e selezione di personale e la valutazione del clima aziendale e gestione della comunicazione interna. Questi temi interessano imprese di tutte le dimensioni, da piccole a grandi, dal Nord al Sud.

Consulenza e formazione per il futuro delle imprese agricole

 

 

Le 1.000 imprese agricole intervistate ritengono che il futuro del settore vada soprattutto in direzione di un ampliamento dell’attività che affianchi la produzione alla trasformazione e alla vendita diretta.

L’innovazione, necessaria in questo come in tutti i settori,  è rappresentata, per la maggioranza delle imprese, dai nuovi canali di distribuzione e di vendita del prodotto, per il 35% circa dall’innovazione gestionale e di prodotto.

 

Quasi tutte le imprese agricole ritengono che sia importante ricevere formazione e consulenza nei diversi ambiti cruciali per garantire efficienza e futuro all’impresa, in primis la gestione, l’innovazione della produzione, il marketing e poi il management, ma lo sono in misura superiore alla media le aziende dirette da imprenditori giovani (under 45 anni), con livello scolare alto.

Quasi tutte le aziende interpellate ritengono fondamentale la formazione su gestione e sviluppo aziendale. 

Quasi 9 aziende del settore agricolo su 10 sono interessate a formazione e consulenza in ambito produzione, in particolare sul fronte dell’innovazione dei processi e delle tecnologie, sulle certificazioni di qualità e poi processi di diversificazione e relazioni con imprese e distribuzione per la definizione di politiche comuni.

 

Per quanto riguarda la formazione e consulenza in ambito marketing, 8 imprese agricole su 10 ne sentono il bisogno; l’interesse è ampio e su diversi aspetti quali la commercializzazione e distribuzione, la conoscenza e individuazione di nuovi mercati, gli studi sui prodotti e la comunicazione/advertising. Più consci della rilevanza del marketing nella conduzione di un’azienda sono gli imprenditori giovani, siano grandi o piccole le imprese.

La formazione e consulenza in ambito management interessa 6 imprese su 10. I temi più sentiti sono il ricambio generazionale e la trasmissione d’impresa, il reperimento e selezione di personale e la valutazione del clima aziendale e gestione della comunicazione interna. Questi temi interessano imprese di tutte le dimensioni, da piccole a grandi, dal Nord al Sud.

Brutti ma buoni? Gli insetti da mangiare

Il 1° gennaio 2018 potrebbe segnare l’inizio di una rivoluzione nel gusto: da quel giorno, infatti, sarà possibile allevare e commercializzare anche in Europa insetti per l’alimentazione umana.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e per l’agricoltura studia e promuove l’entomofagia già dal 2003: l’alta qualità dei nutrienti rende gli insetti dei grandi alleati nella lotta alla fame e alla malnutrizione; la facilità e i bassi costi dell’allevamento su piccola scala si traducono in un’opportunità di lavoro per le donne delle comunità più povere; infine, un’integrazione della dieta umana (oltre che animale) con proteine provenienti da insetti potrebbe ridurre il nostro impatto ambientale e il consumo di risorse del pianeta, visto il minor bisogno di acqua e terra nell’allevamento e la minore emissione di gas serra.

Forse queste, e altre motivazioni hanno già influito sull’atteggiamento degli italiani verso l’idea di poter considerare grilli, locuste, tarme della farina o bachi da seta come cibo.

Infatti, nonostante la totale estraneità degli insetti alla nostra tradizione culinaria, e nonostante pochi abbiano avuto la possibilità di assaggiarli e raccontarne l’esperienza, il 40% degli italiani si dice indifferente o addirittura favorevole all’introduzione di questa nuova categoria di alimenti.

Poco più della metà è contrario, in misura superiore gli over 54enni, le donne e chi ha un livello scolare basso.

Se le donne sembrano ribadire l’apparentemente molto diffusa avversione verso insetti e artropodi, i più giovani sembrano meno spaventati: il 23% dei 18-24enni e il 22 dei 25-34enni si dichiara infatti favorevole, mentre quasi il 70% dei 55-64 si dice contrario.

 

 

 

 

 

I più curiosi sembrano gli abitanti delle Isole e quelli del Nord Ovest, mentre il 35% di chi vive al Centro è più spesso indifferente.

Che sia la curiosità verso nuovi sapori o la motivazione etica e ambientalista a spingere verso un’accoglienza favorevole, questa sembra più probabile tra chi ha una scolarità medio-alta.

 

 

 

 

Arriva il momento di proteggersi

  

  • Gli italiani amano il sole e l’abbronzatura ed il 74% conta di esporsi ai raggi solari quest’estate. Più restii gli over 64enni, i residenti nel Nord-Est.

  • Il 66% degli italiani utilizza o utilizzerà creme solari quando starà sotto il sole, ma è presente un 8% che continua a non utilizzarle, nonostante l’informazione che si rinnova anno dopo anno sui rischi per la salute di un’esposizione non protetta.
  • Il segmento che resiste ancora all’uso di creme e filtri solari è composto soprattutto da uomini, da under 34enni e da residenti al Sud.

 

 

I consumi di carne: la territorialità è una garanzia

Se a livello mondiale, grazie soprattutto al ruolo della Cina e dei paesi in via di sviluppo, il consumo di carne (e pesce) cresce a ritmi tanto vertiginosi da provocare allarmi per la sostenibilità ambientale dei relativi processi produttivi, in Italia, come negli altri paesi sviluppati, questa crescita sembra essersi arrestata.

Il 95% degli italiani consuma carne ma 55% di essi dichiara di averne ridotto la frequenza e la maggior parte ne mangia mediamente 100-200 grammi a settimana, dato che rimane ben al di sotto della soglia di rischio per la salute indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità (500 grammi a settimana).

 

La riduzione del consumo di carne sembra interessare in particolare i più giovani (18-24 anni), i più anziani (oltre 64 anni) e le donne.

 

I vegetariani, coloro che non mangiano né carne né pesce per motivi etici in senso lato, sono il 4% della popolazione (il 7% dei 35-44enni) e i vegani, che non mangiano nessun prodotto di origine animale, hanno raggiunto l’1%.

In quanto specie onnivora possiamo mangiare una gran varietà di alimenti, preclusi ad altre specie, ma in quanto homo sapiens possiamo scegliere, e lo facciamo sulla base di molte e diverse ragioni.

 

Quali sono i motivi della rinuncia a mangiare carne, o a ridurne il consumo?

La spinta più forte viene dall’attenzione al legame tra cibo e salute; segue la questione economica: il costo della carne o la diminuita capacità di spesa delle famiglie italiane ha inciso sulle scelte alimentari. Ci sono, infine, questioni etiche, ecologiche, di natura religiosa o culturale.

Attenzione alla salute, dunque, motivi economici e interrogativi morali, sono tutti elementi che modificano il rapporto con il cibo, e sono il risultato di un complesso intreccio fatto di ricerca di informazioni, attenzione ai dati scientifici, sensibilità etiche ed ecologiche sempre più diffuse e opinioni basate sul senso comune e sull’istinto.

 

Quali sono le garanzie ricercate per un consumo consapevole e sereno ed i criteri di scelta per i prodotti di origine animale?

Così, anche al momento di acquistare prodotti alimentari di origine animale le motivazioni qui esaminate influenzano i comportamenti e definiscono i criteri di scelta:

Il primo è la provenienza italiana del prodotto con il 45% delle risposte, seguito dalla presenza  di etichette dettagliate che ne indichino origine, provenienza e modalità di allevamento ecc. (38%).

Il ‘chilometro zero’, ovvero la ricerca di produzioni e allevamenti locali, è indicata dal 29% degli intervistati, i prodotti biologici e quelli con marchi dop, igp ecc. da circa il 20%.

Il prezzo basso, la convenienza sono importanti (19%) ma è interessante che il 26% degli italiani sarebbe disposto a spendere fino al 5% in più pur di acquistare prodotti certificati in materia di origine e qualità dei sistemi di allevamento e il 25% spenderebbe fino al 10% in più.

 

Supermercati piacciono di più degli iper

La spesa in Italia si fa soprattutto presso la Grande Distribuzione Organizzata. Al Nord e Centro più che al Sud, dove la presenza delle grandi catene è meno diffusa.

La GDO in generale ottiene un livello discreto di gradimento tra i responsabili degli acquisti: 4 consumatori su 10 “si divertono” a fare la spesa; 1/3 apprezza tiepidamente e una fetta tra il 24% e il 29% “soffre”.

La cosiddetta distribuzione moderna è amata in misura superiore alla media dai responsabili degli acquisti alimentari residenti nel Sud e Isole dove è meno presente, 25-44enni, donne, livello scolare medio e alto.

L’apprezzamento minore è tra gli over 55enni.

I supermercati piacciono più degli ipermercati: valutazione 6,9 su 10.

Complessivamente trovare una buona scelta e tutte le categorie di prodotti in un solo punto vendita è molto pratico e soddisfa le necessità di risparmio di tempo e, spesso, anche economico ma gli ipermercati polarizzano il gradimento ai due estremi più dei supermercati e a quasi 3 responsabili degli acquisti su 10 non piacciono; è possibile che l’eccesso di offerta sia disorientante e che le collocazioni non siano comode da raggiungere. La valutazione media è di 6.6 su 10.

Quanto è presente la paura di una guerra?

 

Il 36% degli italiani teme un conflitto mondiale nel prossimo futuro. Metà della popolazione invece è confidente in uno scenario di pace. Un ulteriore 13% non si sente in grado di esprimere una visione.

Più propensi a credere all’avvicinarsi di un pericolo di guerra i 18-44, le donne, i residenti in Italia Centrale.

Il trend evidenzia nel ‘53 il perdurare della paura lasciata dall’esperienza appena conclusasi della seconda guerra mondiale, poi, dieci anni dopo, nel boom economico del Paese un diffuso ottimismo con un’ombra di incertezza. Due anni fa si registra la presenza del segmento più ampio che ritiene distante l’ipotesi di una guerra mondiale ed ora un nuovo aumento del timore di una guerra ed una radicare diminuzione di coloro che escludono questo scenario.

La qualità della vita degli over 64enni

Sono attivi nella comunità

Il 66% degli over 64enni italiani dichiara di avere una vita attiva.

Mediamente partecipano in misura superiore alla media della popolazione ad attività di natura sociale e comunitaria.

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Naturalmente è lecito supporre che abbiano più tempo a disposizione poiché la gran parte è in pensione, ma non è così scontato che il tempo libero lo investano in attività, in primis, con associazioni religiose, seguite da associazioni culturali, di volontariato ed anche ambientaliste, dimostrando così non solo una adesione e pratica legata alla fede religiosa superiore alla media ma anche attenzione e dedizione per il prossimo e l’ambiente.

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Sono attivi relazionalmente 

Mediamente un over 64enne frequenta 10 amici e 7 familiari e parenti (non conviventi).

La vita sociale quindi appare piuttosto popolata e, poiché i dati sono in linea con la media nazionale della popolazione, è indice che l’avanzare degli anni non coinvolge l’aspetto relazionale.

L’attività nella comunità e la relazionalità fanno sì che più della metà degli over 64enni si senta ancora utile. Una percentuale che si avvicina all’80% si dichiara utile alla famiglia.


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Sono ottimisti

Al contrario di quanto ci si aspetterebbe fisiologicamente, l’ottimismo degli attuali anziani verso il futuro risulta apicale rispetto alle altre fasce di età.

Il 73% degli over 64enni è mediamente o pienamente soddisfatto della qualità della sua vita; il 58% si sente contento o abbastanza contento.

 

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Quanto incidono la fede e il denaro?

Inutile dire che tutti gli aspetti della qualità della vita analizzati sono direttamente correlati con lo stato di salute della persona. Ma il 63% degli over 64enni dichiara di stare bene o abbastanza bene (un ulteriore 26% dichiara di stare ‘così così’ lasciandoci il dubbio se siano pessimisti o ottimisti).

Gli over 64enni si dichiarano cattolici praticanti per il 53% contro una media nazionale del 37% e si collocano nella fascia socio-economica media e medio-alta per il 68% contro la media nazionale del 63%.

L’ottimismo non sembra legato alla classe socio-economica, o meglio, lo condiziona solo in negativo: infatti le classi socio-economiche più basse sono decisamente le meno ottimiste; tra gli over 64enni l’ottimismo più alto è nella classe media.

Anche la vita sociale è condizionata dalla classe socio-economica sono nel caso di appartenenza alle classi più svantaggiate dove il numero di amici frequentati è più basso ed analogamente quello di parenti e familiari.

La fede cattolica invece non sembra incidere né sull’ottimismo né sulla vita sociale ma, come prevedibile, amplia le adesioni alle attività in associazioni religiose e chiese.

 

Chi si informa sul web: navigazioni anagraficamente differenti

Diverse le fonti e diversi gli interessi

In termini generali, per informarsi i giovani e giovani-adulti utilizzano una maggior molteplicità dei devices e mezzi di comunicazione rispetto ai meno giovani, ancora legati principalmente alle televisione e ai giornali, anche se, questi ultimi, non in misura uniforme nelle diverse fasce socio-geografiche.

I dati relativi al web ed alla fruizione d’informazione on line sono tutti segnati dal discrimine dell’età. Il rapporto con internet è correlato all’età e conferma il fenomeno del digital divide, il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione (in particolare personal computer e internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale.

Il web è la fonte d’informazione principale per la grandissima parte dei 18-44enni, poi il suo peso si riduce progressivamente con l’aumentare dell’età. Però è il medium con la crescita di fruizione più esplosiva: tutte le fasce di età dichiarano un aumento del suo utilizzo come fonte informativa.

Internet rappresenta una finestra sul mondo intero, può andare dal micro-territorio al totale mondo. Questa è una delle caratteristiche che rende differente e distintivo il mezzo ed è un elemento di forte appeal per i giovani e giovani adulti. Con l’aumentare dell’età in effetti aumenta anche l’interesse per l’informazione rivolta al locale, come testimonia la fruizione più concentrata sui media locali da parte delle fasce più anziane della popolazione.

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Il fenomeno dell’always on

La quasi totalità dei 18-44enni ha una modalità di utilizzo di internet “always on” ovvero ogni giorno ed anche più volte al giorno o permanentemente.

Nel caso della ricerca di notizie, quindi, internet è potente perché, oltre a non limitare lo sguardo entro confini geografici, consente un aggiornamento ‘in tempo reale’ che gli permette di presentarsi sempre nuovo e in costante mutamento.

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Il web è la fonte più credibile

Si è affermata nell’opinione pubblica nel suo complesso l’immagine di internet come la fonte informativa più indipendente.

In generale i mezzi di comunicazione sono gravati da dubbi sull’obiettività e l’indipendenza dei contenuti; si rileva anche una diffusa valutazione in negativo in merito alla superficialità dei contenuti.

Il web è considerato il mezzo più indipendente e anche il più obiettivo.

In particolare tra i giovani, dove si acuisce vistosamente una posizione critica verso la televisione, il web si delinea come il medium di riferimento e con un profilo differente, tarato in primo luogo da indipendenza e completezza.

 

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L’età divide sull’utilizzo del web per l’informazione

La ricerca di informazioni in internet si traduce in una grande varietà di fonti e modalità di ricerca.

Naturalmente per ‘informazione’ si intende un ampio spettro tematico che va dall’attualità, alla cronaca, agli eventi e appuntamenti e dalle notizie dal mondo a quelle del proprio quartiere.

I giovani nella ricerca di informazioni utilizzano primariamente i social network, la fonte di informazione crowdsourced, gli over 55 anni cercano notizie (presumibilmente da fonti ufficiali) e leggono i giornali online.

In altri termini, nonostante utilizzino il medesimo medium per informarsi, due generazioni agganciate ad abitudini di navigazione diverse, a logiche così diverse nella ricerca di informazioni, saranno raggiunte da notizie diverse e da interpretazioni della realtà diverse.

Il web è utilizzato anche per cercare informazioni su prodotti e aziende, esercizio praticato in misura maggiore dai 45-64enni.

Ma questo è un altro discorso, molto, molto complesso.

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Lo spreco alimentare: avanza il rispetto per gli avanzi?

Anche i numeri, a volte, possono provocare emozioni. Lo fanno sicuramente quelli citati nel rapporto FAO sullo spreco di cibo di pochi anni fa:

Ogni anno, il cibo che viene prodotto, ma non consumato, sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga; utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale – ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.”

“… le conseguenze economiche dirette di questi sprechi (…) si aggirano (…) intorno ai 750 miliardi di dollari l’anno.”

“…un terzo di tutto il cibo che viene prodotto nel mondo va perduto.”

L’Italia si è appena dotata di una legge che, attraverso semplificazioni burocratiche e nuove regole, intende facilitare la donazione delle eccedenze alimentari da parte di diversi operatori del settore (mense, supermercati, negozi, imprese agricole…) e promuovere comportamenti volti alla riduzione dello spreco alimentare tra i consumatori.

Le perdite a monte della filiera agroalimentare riguardano soprattutto i paesi in via di sviluppo, mentre il vero e proprio spreco di cibo alla fine del percorso – a casa, nei ristoranti, nelle mense – arriva a rappresentare il 40% del totale nelle regioni a più altro reddito: uno spreco ancora più odioso perché più pesante nella sua impronta ecologica, visto che include i costi ambientali della lavorazione, del trasporto, dello stoccaggio ecc.

 

La nostra ricerca: quanto sprecano gli italiani

Le abitudini di spesa e consumo alimentare di chi vive nei paesi sviluppati hanno dunque un grande peso, e da una recente ricerca del nostro istituto sembrerebbe emergere un quadro di moderata speranza: continua il trend di riduzione degli sprechi e quest’anno il 64% degli italiani intervistati, ha dichiarato di aver diminuito o addirittura annullato lo spreco di cibo a casa propria.

 

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Le donne sono più ‘brave’: il 39% ha raggiunto l’obiettivo degli ‘zero avanzi’, contro il 26% degli uomini.

I giovani e i giovani adulti sembrano invece non riuscire a ridurre gli sprechi, a differenza delle fasce d’età più alte: c’è forse una differenza negli stili e nei tempi di vita tra le generazioni che incide sulla possibilità pratica di avere comportamenti virtuosi, ma è probabile che ci sia anche una differenza più propriamente culturale, legata alle abitudini alimentari e al rapporto con il cibo.

Questione di mentalità, dunque, ma anche questione prettamente economica, come dimostrano il 45% delle famiglie con reddito basso e il 41% di quelle con reddito medio-basso che dichiarano di non sprecare nulla.

In questa doppia chiave di lettura, in questo intreccio tra culturale e materiale, tra libertà (di scegliere come e cosa mangiare, cucinare, riutilizzare gli ingredienti…) e necessità (riduzione dello spreco dovuta alla riduzione dei consumi stessi) si possono leggere anche i dati delle altre fasce che risultano più virtuose in fatto di non sprecare cibo: le casalinghe, i pensionati, coloro che vivono da soli e le famiglie composte da un solo genitore con figli; queste ultime sono molto più attente a non sprecare di quanto non lo siano le famiglie formate da coppie senza figli.

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Come evitare di sprecare cibo?

Fare la spesa in modo più attento, cercando di acquistare solo quello che ‘serve davvero’, e riutilizzare gli avanzi per un pasto successivo, magari inventando nuove ricette, sono le soluzioni più adottate per evitare di buttare gli alimenti, seguite poi da una maggiore attenzione alla data di scadenza e da una, semplice ma efficace, riduzione delle quantità acquistate: quest’ultima soluzione è scelta dalle fasce più giovani e vede un picco tra i 45-54enni e dalle casalinghe.

Un significativo, ma sempre idealmente troppo basso, 15% delle risposte riguarda la beneficenza e il donare il cibo avanzato: chissà se le agevolazioni burocratiche previste dalla legge appena approvata riusciranno a incrementare questo dato -che forse appare nella dichiarazione un po’ sovrastimato- e a dare sponda a un’inclinazione all’apparenza attrattiva per gli italiani. C’è da dire che, però, operativamente non è ancora stato reso agevole fare donazioni di cibo ed anche per i privati non è semplice individuare soluzioni praticabili.

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Scadenze: tra norme e buon senso

Fare attenzione alla scadenza dei cibi, però, può voler dire anche qualcos’altro. Se è vero che il 55% degli intervistati ha dichiarato di non mangiare mai cibi scaduti, è interessante che il 32% invece dichiari di averlo fatto (per alimenti scaduti da non più di una settimana), e tra questi ci sono in particolare le donne e i giovani tra i 18 e i 34 anni.

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Un dato che racchiude forse coloro che, nonostante la poca chiarezza finora presente sulle etichette, hanno capito che la dicitura ‘Da consumarsi preferibilmente il…’ – a differenza della data di scadenza – indica che il prodotto potrebbe aver perso alcune qualità organolettiche ma può essere ancora consumato (affidandosi magari al giudizio dei propri sensi, vista e olfatto), o donato e, insomma, ‘salvato’ dal bidone della spazzatura.