Società

Alla ricerca del verde perduto

Un giardino, un parco, una breve fuga oltre i confini della città: il 35% degli italiani cerca il verde appena può, e il 23% considera una vera vacanza solo quella che può offrire una completa immersione nella natura.

 

 

 

Un bisogno urgente, questo del contatto col mondo naturale, espresso soprattutto dai giovani: il 55% di chi ha tra i 18 e i 24 anni sembra soffrire la separazione più degli altri, e solo l’8% riesce a dire di apprezzare la vita nelle città.

 

 

 

Chi però dichiara di essere pronto a trasferirsi subito in campagna sono gli appartenenti alle fasce d’età più anziane, dai 55 anni in su, e i genitori single.

 

 

Una vera e propria fuga, non solo dal grigio del cemento, ma dalla civiltà stessa, sembra attrarre di più chi ha una scolarità bassa, mentre chi ha un livello più alto d’istruzione riesce forse a godere meglio delle opportunità offerte dalla vita in città.

 

 

 

 

Dati tratti dall’indagine sugli italiani e la natura realizzata a marzo 2017 dall’Istituto Ixè.

Campione di 708 italiani maggiorenni.

 

 

Studiare serve a trovare lavoro?

Almeno le prime esperienze lavorative sembrano coerenti con il percorso di studi fatto (è così per quasi l’80% dei 18-24enni), ma col crescere dell’età questo legame sembra indebolirsi: la maggior parte dei 30-34enni svolge (o ha svolto) una mansione o professione che ha poco o nulla a che fare con ciò per cui ha studiato.

I diciottenni di oggi sono più preparati – o fortunati – dei trentenni oppure è solo questione di tempo e anche loro si dovranno adeguare?

 

 

 

Una leggera differenza si nota anche guardando al genere: le giovani donne sembrano avere più difficoltà a trovare un lavoro che corrisponda alla qualifica acquisita con lo studio (o, forse, meno difficoltà ad accettarne uno che non corrisponda a essa).

 

 

 

Forse un migliore dialogo tra scuola, università e mondo del lavoro viene praticato nelle regioni del nord: chi abita nel Nord Ovest sembra avere più opportunità di fare ciò per cui si è formato, mentre al Centro e al Sud questo sembrerebbe rimanere un sogno per il 78 e il 73% dei giovani.

 

 

Il livello di scolarità realmente professionalizzante sembra essere quello più alto (laurea e post laurea): il diploma sembra condizionare o preparare alle future scelte e occasioni lavorative solo nel 49% dei casi.

 

 

Un lavoro non attinente al percorso di studi potrebbe essere più facile da perdere (o in qualche caso, chissà, da lasciare), come sembra emergere dalle risposte del 68% dei disoccupati.

 

 

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè – Fondazione Campagna Amica, gennaio 2018.

Campione di 500 italiani tra i 18 e i 34 anni
(la nota metodologica completa è disponibile sul sito Agcom)

 

Andare o restare? La nuova emigrazione italiana

I più giovani vorrebbero partire: il 34% dei 18-24enni immagina il proprio futuro fuori dall’Italia.

Soprattutto chi studia e chi è in cerca di una prima occupazione vede come probabile un trasferimento, temporaneo o meno, all’estero in cerca di opportunità di vita e di lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

In generale, però, la maggior parte dei giovani italiani pensa di rimanere in Italia: soprattutto le donne, i 30-34enni e chi aveva ma ha perso un lavoro sembrano meno propensi a cercare fortuna altrove.

 

 

Emigrare è dunque una scelta o una necessità?

 

I dati degli ultimi dieci anni dimostrano un forte aumento dell’emigrazione dal nostro Paese, composta sempre più da giovani e da laureati, ma alla domanda su dove immagina il proprio futuro solo il 10% di chi ha un livello di scolarità alto risponde “lontano da qui”.

 

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè – Fondazione Campagna Amica, gennaio 2018.

Campione di 500 italiani tra i 18 e i 34 anni
(la nota metodologica completa è disponibile sul sito Agcom)

 

Lavoro: i giovani lo cercano anche sui social

Nell’ultimo anno un giovane ha fatto circa 14 domande di assunzione, tra invio di curriculum, concorsi, colloqui ecc.

La media sale a quasi 19 tra i 30-34enni e tra chi è senza lavoro (perché lo ha perso o perché lo sta cercando per la prima volta).

Anche tra le giovani donne la media è più alta (16 domande), mentre è particolarmente bassa tra gli abitanti del Nord Est.

 

 

 

L’invio di curriculum resta il primo passo: lo sceglie il 60% degli intervistati, anche utilizzando i siti web delle aziende stesse. Ma più si sale con l’età più aumenta l’utilizzo di altri canali meno ufficiali, come il passaparola e i social network.

 

 

Gli annunci sui social sono ricercati dal 44% dei 30-34enni e dal 45% delle donne, contro il 39% della media.

Se per le ragazze il dato rientra in un utilizzo maggiore di quasi tutti i diversi canali, per i 30-34enni sembra invece emergere una “sfiducia” nell’invio del curriculum e una ricerca di altre strade, compresa una certa rivalutazione delle agenzie interinali e dell’ufficio di collocamento.

 

 

 

 

Il passaparola e gli annunci sui social sembrano preferiti in particolar modo dagli abitanti del Centro.

 

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè – Fondazione Campagna Amica, gennaio 2018.

Campione di 500 italiani tra i 18 e i 34 anni
(la nota metodologica completa è disponibile sul sito Agcom)

 

Alimentazione: più sana per le coppie con figli

Il 58% degli italiani dice di mangiare sano e di fare attenzione al contenuto degli alimenti: sono soprattutto donne e over 55 anni.

Gli uomini e i giovani fino a 34 anni invece ammettono, in misura leggermente maggiore della media, di inseguire il gusto e di non preoccuparsi troppo di quanti zuccheri o grassi contenga il proprio pasto.

 

 

Il 10% dei 25-34enni (contro il 5% della media) si trova, per scelta o per necessità, a fare pasti veloci e fuori casa.

 

 

Ma l’attenzione al rapporto tra cibo e salute sembra più forte per chi vive con un partner: le coppie, soprattutto quelle con figli, sembrano seguire un’alimentazione più sana.

 

I più orgogliosi del proprio stile alimentare sano sembrano essere gli abitanti del Centro-Sud e del Nord Ovest, mentre quelli delle Isole sembrano meno disposti a rinunciare ai piaceri del palato.

 

 

 

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Dati tratti dall’indagine Ixè luglio 2017.

Campione di 1000 italiani maggiorenni.

 

Giovani italiani (e italiane) alla ricerca dell’indipendenza

Andare a vivere da soli sembra essere un sogno proibito: il 60% dei 18-34enni vive con i genitori.

La percentuale è più alta tra i 18-24enni (80%) ma è rilevante anche tra i 25-29enni (62%) e tra i 30-34enni (34%).

 

 

 

L’ostacolo principale alla conquista dell’indipendenza e alla formazione di una nuova famiglia sembra essere il lavoro: tra i giovani occupati, infatti, la percentuale di chi vive con i propri genitori scende al 40%, mentre aumenta leggermente tra i disoccupati e tra chi è in cerca di prima occupazione.

Anche se convivente, quasi la metà dei giovani contribuisce a una parte delle spese (41%) e ai lavori domestici (47%, che sale al 60% tra le donne).

 

Il 55% degli under 35 non riesce, dunque, ad essere completamente autonomo e mantenersi con le sole proprie forze: ancora una volta l’aiuto della famiglia di origine è essenziale per il 52% dei 25-29enni e per il 34% dei 30-34enni.

 

 

Conquistare l’autonomia sembra più difficile per le ragazze e le giovani donne: il 62% delle giovani under 35 dipende dall’aiuto dei propri genitori.

 

L’indice di povertà tra i 18-34enni è passato dall’1,9% del 2007 al 10,4% del 2016 (dati Istat 2017): il confronto tra la percezione della propria condizione economica e quella della famiglia di origine sembra confermare lo stato di difficoltà vissuto dai giovani italiani.

 

Anche da questo confronto emerge una maggiore sofferenza delle giovani donne: le loro risposte, infatti, insieme a quelle dei disoccupati e degli abitanti del nord-ovest, segnalano un maggiore distacco – rispetto alla media del campione – dalla tranquillità economica delle rispettive famiglie di origine.

 

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè – Fondazione Campagna Amica, gennaio 2018.

Campione di 500 italiani tra i 18 e i 34 anni
(la nota metodologica completa è disponibile sul sito Agcom)

Gioco: dalle slot machine la dipendenza maggiore

Mediamente, la maggioranza degli italiani considera la slot machine il gioco che più degli altri genera dipendenza. Segue il video poker, quindi il casinò.
Meno ‘pericolosi’ sono considerati le scommesse sportive, il gratta e vinci e ancor meno le Sale Bingo, il Lotto e il Superenalotto; questi ultimi due in particolare sembrano avere un’immagine per niente a rischio ludopatia.

Solo il 9% della popolazione ritiene che nessun gioco di per sé provochi dipendenza.

 

 

È interessante osservare il rapporto inversamente proporzionale tra giochi praticati e percezione della ‘pericolosità’ degli stessi sul fronte della dipendenza:

  • chi è completamente estraneo al gioco riconosce una pericolosità lievemente superiore al Lotto, al Superenalotto e al Gratta e Vinci;
  • i giocatori di slot machine e videopoker sottostimano di molto, rispetto alla media, la percolosità di questi giochi; invece chi fa scommesse sportive o frequenta le sale Bingo ne sovrastima il rischio ludopatia più della media della popolazione, così come chi gioca al Lotto;
  • si potrebbe ipotizzare che questi ultimi giochi, non catalogati comunemente come veri e propri giochi d’azzardo, fanno sentire chi li pratica in qualche misura un ‘giocatore’ esposto ad un rischio.

 

 

 

 

 

Dati tratti dall’indagine sugli italiani e il gioco d’azzardo, realizzata a novembre 2017 dall’Istituto Ixè.

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Per leggere il il comunicato stampa pubblicato dall’ANSA cliccare qui

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Vacanze in campagna

Le ha trascorse così, almeno una volta, il 53% degli italiani; ma la campagna ha un grande potenziale: il 65% degli intervistati in un recente sondaggio si dichiara propenso a scegliere questo modo semplice e diretto di contatto con la natura come meta delle proprie future vacanze.

 

 

L’interesse è più alto tra i giovani, in particolare tra i 25-34enni, mentre i più anziani sembrano meno attratti: il dato potrebbe indicare una mancanza di offerte pensate proprio per gli over 64, o forse esprime un bisogno specifico dei più giovani che, cresciuti soprattutto nelle città, vedono nella campagna un grande risorsa per il proprio benessere psico-fisico.

 

Che il “verde” faccia bene al corpo e alla mente lo dicono numerosi studi, e chissà che proprio questi ultimi non abbiano influenzato in qualche modo le scelte degli italiani, dato che soprattutto chi ha una scolarità alta sembra frequentare di più la campagna durante le ferie e si dice più propenso a tornarci.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fare vacanze in campagna non significa solo relax e contatto con la natura, ma anche cultura, tradizione e… cibo.

Le attività ‘campestri’ cui gli italiani partecipano più volentieri sono infatti le feste popolari, le sagre e le fiere (53% delle risposte) che spesso, e non solo nei mesi estivi, costellano le aree rurali del nostro Paese, seguite poi da pranzi e cene in agriturismo (49%).

Intorno al cibo ruotano anche altre attività molto diffuse, come gli acquisti in azienda (32% delle risposte) e la visita alle cantine (24% delle risposte), gli itinerari enogastronomici, le degustazioni e i corsi di cucina.

Non mancano comunque le forse più classiche passeggiate, alla ricerca di bellezze naturali o alla scoperta di luoghi d’interesse culturale, storico o archeologico, e le escursioni in bicicletta, il trekking ecc.

Dati tratti dall’indagine Ixè – Fondazione Campagna Amica, marzo 2017.

Campione di 705 italiani maggiorenni.

Brutti ma buoni? Gli insetti da mangiare

Il 1° gennaio 2018 potrebbe segnare l’inizio di una rivoluzione nel gusto: da quel giorno, infatti, sarà possibile allevare e commercializzare anche in Europa insetti per l’alimentazione umana.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e per l’agricoltura studia e promuove l’entomofagia già dal 2003: l’alta qualità dei nutrienti rende gli insetti dei grandi alleati nella lotta alla fame e alla malnutrizione; la facilità e i bassi costi dell’allevamento su piccola scala si traducono in un’opportunità di lavoro per le donne delle comunità più povere; infine, un’integrazione della dieta umana (oltre che animale) con proteine provenienti da insetti potrebbe ridurre il nostro impatto ambientale e il consumo di risorse del pianeta, visto il minor bisogno di acqua e terra nell’allevamento e la minore emissione di gas serra.

Forse queste, e altre motivazioni hanno già influito sull’atteggiamento degli italiani verso l’idea di poter considerare grilli, locuste, tarme della farina o bachi da seta come cibo.

Infatti, nonostante la totale estraneità degli insetti alla nostra tradizione culinaria, e nonostante pochi abbiano avuto la possibilità di assaggiarli e raccontarne l’esperienza, il 40% degli italiani si dice indifferente o addirittura favorevole all’introduzione di questa nuova categoria di alimenti.

Poco più della metà è contrario, in misura superiore gli over 54enni, le donne e chi ha un livello scolare basso.

Se le donne sembrano ribadire l’apparentemente molto diffusa avversione verso insetti e artropodi, i più giovani sembrano meno spaventati: il 23% dei 18-24enni e il 22 dei 25-34enni si dichiara infatti favorevole, mentre quasi il 70% dei 55-64 si dice contrario.

 

 

 

 

 

I più curiosi sembrano gli abitanti delle Isole e quelli del Nord Ovest, mentre il 35% di chi vive al Centro è più spesso indifferente.

Che sia la curiosità verso nuovi sapori o la motivazione etica e ambientalista a spingere verso un’accoglienza favorevole, questa sembra più probabile tra chi ha una scolarità medio-alta.

 

 

 

 

Acquisto diretto: chi (e perché) fa la spesa dal contadino?

Acquistare frutta e verdura, formaggio, vino ecc. direttamente in azienda sembra essere un’abitudine molto diffusa e radicata nel nostro Paese: da una recente indagine del nostro Istituto risulta, infatti, che solo il 14% degli intervistati dichiara di non farlo mai.

 

 

Il 57% dichiara di comprare prodotti alimentari dal produttore da una a quattro volte al mese: i più anziani sono i più assidui (il 25% dei 55-64enni ci va quasi ogni settimana), ma l’interesse per questa modalità di fare la spesa coinvolge anche i più giovani, infatti il 30% dei 18-24enni dichiara di frequentare le aziende agricole ogni mese.

 

 

Al Sud e nelle Isole il fenomeno sembra più diffuso che in altre aree.

 

 

La spinta più forte a fare questa scelta è la convinzione che il prodotto acquistato lì dove è stato creato ha una qualità superiore: è più fresco, più saporito… più buono, insomma (71% delle risposte). Ne sono persuase soprattutto le donne, i più giovani, gli abitanti del Centro e delle Isole e chi ha una scolarità medio-alta.

 

 

La possibilità di visitare il luogo di produzione (se non quella di assistere al processo stesso) e la certezza del km 0 trasmettono agli acquirenti anche un senso di affidabilità: il prodotto così acquistato è, per il 43% degli intervistati, più sicuro e controllato di altri venduti altrove.

A influenzare la scelta della modalità d’acquisto è anche la certezza di trovare prodotti locali, del territorio, ed è interessante notare che sono soprattutto i più giovani (18-24 anni) ad apprezzare questa caratteristica: forse per un rinnovato interesse verso specialità tipiche e dimenticate, o forse per una sensibilità maggiore verso questioni ecologiche e di impatto ambientale.

 

 

 

 

Per molti, infine, fare la spesa dal contadino è anche un modo per spendere meno: la pensano così le donne, gli abitanti del Centro Sud e, soprattutto, il 54% di chi ha tra i 25 e i 34 anni;

chi ha una scolarità alta dà particolare importanza, invece, al contatto e allo scambio di informazioni e conoscenze col produttore.

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Settembre 2017.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

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