Società

Quanto è presente la paura di una guerra?

 

Il 36% degli italiani teme un conflitto mondiale nel prossimo futuro. Metà della popolazione invece è confidente in uno scenario di pace. Un ulteriore 13% non si sente in grado di esprimere una visione.

Più propensi a credere all’avvicinarsi di un pericolo di guerra i 18-44, le donne, i residenti in Italia Centrale.

Il trend evidenzia nel ‘53 il perdurare della paura lasciata dall’esperienza appena conclusasi della seconda guerra mondiale, poi, dieci anni dopo, nel boom economico del Paese un diffuso ottimismo con un’ombra di incertezza. Due anni fa si registra la presenza del segmento più ampio che ritiene distante l’ipotesi di una guerra mondiale ed ora un nuovo aumento del timore di una guerra ed una radicare diminuzione di coloro che escludono questo scenario.

La qualità della vita degli over 64enni

Sono attivi nella comunità

Il 66% degli over 64enni italiani dichiara di avere una vita attiva.

Mediamente partecipano in misura superiore alla media della popolazione ad attività di natura sociale e comunitaria.

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Naturalmente è lecito supporre che abbiano più tempo a disposizione poiché la gran parte è in pensione, ma non è così scontato che il tempo libero lo investano in attività, in primis, con associazioni religiose, seguite da associazioni culturali, di volontariato ed anche ambientaliste, dimostrando così non solo una adesione e pratica legata alla fede religiosa superiore alla media ma anche attenzione e dedizione per il prossimo e l’ambiente.

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Sono attivi relazionalmente 

Mediamente un over 64enne frequenta 10 amici e 7 familiari e parenti (non conviventi).

La vita sociale quindi appare piuttosto popolata e, poiché i dati sono in linea con la media nazionale della popolazione, è indice che l’avanzare degli anni non coinvolge l’aspetto relazionale.

L’attività nella comunità e la relazionalità fanno sì che più della metà degli over 64enni si senta ancora utile. Una percentuale che si avvicina all’80% si dichiara utile alla famiglia.


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Sono ottimisti

Al contrario di quanto ci si aspetterebbe fisiologicamente, l’ottimismo degli attuali anziani verso il futuro risulta apicale rispetto alle altre fasce di età.

Il 73% degli over 64enni è mediamente o pienamente soddisfatto della qualità della sua vita; il 58% si sente contento o abbastanza contento.

 

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Quanto incidono la fede e il denaro?

Inutile dire che tutti gli aspetti della qualità della vita analizzati sono direttamente correlati con lo stato di salute della persona. Ma il 63% degli over 64enni dichiara di stare bene o abbastanza bene (un ulteriore 26% dichiara di stare ‘così così’ lasciandoci il dubbio se siano pessimisti o ottimisti).

Gli over 64enni si dichiarano cattolici praticanti per il 53% contro una media nazionale del 37% e si collocano nella fascia socio-economica media e medio-alta per il 68% contro la media nazionale del 63%.

L’ottimismo non sembra legato alla classe socio-economica, o meglio, lo condiziona solo in negativo: infatti le classi socio-economiche più basse sono decisamente le meno ottimiste; tra gli over 64enni l’ottimismo più alto è nella classe media.

Anche la vita sociale è condizionata dalla classe socio-economica sono nel caso di appartenenza alle classi più svantaggiate dove il numero di amici frequentati è più basso ed analogamente quello di parenti e familiari.

La fede cattolica invece non sembra incidere né sull’ottimismo né sulla vita sociale ma, come prevedibile, amplia le adesioni alle attività in associazioni religiose e chiese.

 

Chi si informa sul web: navigazioni anagraficamente differenti

Diverse le fonti e diversi gli interessi

In termini generali, per informarsi i giovani e giovani-adulti utilizzano una maggior molteplicità dei devices e mezzi di comunicazione rispetto ai meno giovani, ancora legati principalmente alle televisione e ai giornali, anche se, questi ultimi, non in misura uniforme nelle diverse fasce socio-geografiche.

I dati relativi al web ed alla fruizione d’informazione on line sono tutti segnati dal discrimine dell’età. Il rapporto con internet è correlato all’età e conferma il fenomeno del digital divide, il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione (in particolare personal computer e internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale.

Il web è la fonte d’informazione principale per la grandissima parte dei 18-44enni, poi il suo peso si riduce progressivamente con l’aumentare dell’età. Però è il medium con la crescita di fruizione più esplosiva: tutte le fasce di età dichiarano un aumento del suo utilizzo come fonte informativa.

Internet rappresenta una finestra sul mondo intero, può andare dal micro-territorio al totale mondo. Questa è una delle caratteristiche che rende differente e distintivo il mezzo ed è un elemento di forte appeal per i giovani e giovani adulti. Con l’aumentare dell’età in effetti aumenta anche l’interesse per l’informazione rivolta al locale, come testimonia la fruizione più concentrata sui media locali da parte delle fasce più anziane della popolazione.

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Il fenomeno dell’always on

La quasi totalità dei 18-44enni ha una modalità di utilizzo di internet “always on” ovvero ogni giorno ed anche più volte al giorno o permanentemente.

Nel caso della ricerca di notizie, quindi, internet è potente perché, oltre a non limitare lo sguardo entro confini geografici, consente un aggiornamento ‘in tempo reale’ che gli permette di presentarsi sempre nuovo e in costante mutamento.

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Il web è la fonte più credibile

Si è affermata nell’opinione pubblica nel suo complesso l’immagine di internet come la fonte informativa più indipendente.

In generale i mezzi di comunicazione sono gravati da dubbi sull’obiettività e l’indipendenza dei contenuti; si rileva anche una diffusa valutazione in negativo in merito alla superficialità dei contenuti.

Il web è considerato il mezzo più indipendente e anche il più obiettivo.

In particolare tra i giovani, dove si acuisce vistosamente una posizione critica verso la televisione, il web si delinea come il medium di riferimento e con un profilo differente, tarato in primo luogo da indipendenza e completezza.

 

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L’età divide sull’utilizzo del web per l’informazione

La ricerca di informazioni in internet si traduce in una grande varietà di fonti e modalità di ricerca.

Naturalmente per ‘informazione’ si intende un ampio spettro tematico che va dall’attualità, alla cronaca, agli eventi e appuntamenti e dalle notizie dal mondo a quelle del proprio quartiere.

I giovani nella ricerca di informazioni utilizzano primariamente i social network, la fonte di informazione crowdsourced, gli over 55 anni cercano notizie (presumibilmente da fonti ufficiali) e leggono i giornali online.

In altri termini, nonostante utilizzino il medesimo medium per informarsi, due generazioni agganciate ad abitudini di navigazione diverse, a logiche così diverse nella ricerca di informazioni, saranno raggiunte da notizie diverse e da interpretazioni della realtà diverse.

Il web è utilizzato anche per cercare informazioni su prodotti e aziende, esercizio praticato in misura maggiore dai 45-64enni.

Ma questo è un altro discorso, molto, molto complesso.

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Lo spreco alimentare: avanza il rispetto per gli avanzi?

Anche i numeri, a volte, possono provocare emozioni. Lo fanno sicuramente quelli citati nel rapporto FAO sullo spreco di cibo di pochi anni fa:

Ogni anno, il cibo che viene prodotto, ma non consumato, sperpera un volume di acqua pari al flusso annuo di un fiume come il Volga; utilizza 1,4 miliardi di ettari di terreno – quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale – ed è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.”

“… le conseguenze economiche dirette di questi sprechi (…) si aggirano (…) intorno ai 750 miliardi di dollari l’anno.”

“…un terzo di tutto il cibo che viene prodotto nel mondo va perduto.”

L’Italia si è appena dotata di una legge che, attraverso semplificazioni burocratiche e nuove regole, intende facilitare la donazione delle eccedenze alimentari da parte di diversi operatori del settore (mense, supermercati, negozi, imprese agricole…) e promuovere comportamenti volti alla riduzione dello spreco alimentare tra i consumatori.

Le perdite a monte della filiera agroalimentare riguardano soprattutto i paesi in via di sviluppo, mentre il vero e proprio spreco di cibo alla fine del percorso – a casa, nei ristoranti, nelle mense – arriva a rappresentare il 40% del totale nelle regioni a più altro reddito: uno spreco ancora più odioso perché più pesante nella sua impronta ecologica, visto che include i costi ambientali della lavorazione, del trasporto, dello stoccaggio ecc.

 

La nostra ricerca: quanto sprecano gli italiani

Le abitudini di spesa e consumo alimentare di chi vive nei paesi sviluppati hanno dunque un grande peso, e da una recente ricerca del nostro istituto sembrerebbe emergere un quadro di moderata speranza: continua il trend di riduzione degli sprechi e quest’anno il 64% degli italiani intervistati, ha dichiarato di aver diminuito o addirittura annullato lo spreco di cibo a casa propria.

 

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Le donne sono più ‘brave’: il 39% ha raggiunto l’obiettivo degli ‘zero avanzi’, contro il 26% degli uomini.

I giovani e i giovani adulti sembrano invece non riuscire a ridurre gli sprechi, a differenza delle fasce d’età più alte: c’è forse una differenza negli stili e nei tempi di vita tra le generazioni che incide sulla possibilità pratica di avere comportamenti virtuosi, ma è probabile che ci sia anche una differenza più propriamente culturale, legata alle abitudini alimentari e al rapporto con il cibo.

Questione di mentalità, dunque, ma anche questione prettamente economica, come dimostrano il 45% delle famiglie con reddito basso e il 41% di quelle con reddito medio-basso che dichiarano di non sprecare nulla.

In questa doppia chiave di lettura, in questo intreccio tra culturale e materiale, tra libertà (di scegliere come e cosa mangiare, cucinare, riutilizzare gli ingredienti…) e necessità (riduzione dello spreco dovuta alla riduzione dei consumi stessi) si possono leggere anche i dati delle altre fasce che risultano più virtuose in fatto di non sprecare cibo: le casalinghe, i pensionati, coloro che vivono da soli e le famiglie composte da un solo genitore con figli; queste ultime sono molto più attente a non sprecare di quanto non lo siano le famiglie formate da coppie senza figli.

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Come evitare di sprecare cibo?

Fare la spesa in modo più attento, cercando di acquistare solo quello che ‘serve davvero’, e riutilizzare gli avanzi per un pasto successivo, magari inventando nuove ricette, sono le soluzioni più adottate per evitare di buttare gli alimenti, seguite poi da una maggiore attenzione alla data di scadenza e da una, semplice ma efficace, riduzione delle quantità acquistate: quest’ultima soluzione è scelta dalle fasce più giovani e vede un picco tra i 45-54enni e dalle casalinghe.

Un significativo, ma sempre idealmente troppo basso, 15% delle risposte riguarda la beneficenza e il donare il cibo avanzato: chissà se le agevolazioni burocratiche previste dalla legge appena approvata riusciranno a incrementare questo dato -che forse appare nella dichiarazione un po’ sovrastimato- e a dare sponda a un’inclinazione all’apparenza attrattiva per gli italiani. C’è da dire che, però, operativamente non è ancora stato reso agevole fare donazioni di cibo ed anche per i privati non è semplice individuare soluzioni praticabili.

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Scadenze: tra norme e buon senso

Fare attenzione alla scadenza dei cibi, però, può voler dire anche qualcos’altro. Se è vero che il 55% degli intervistati ha dichiarato di non mangiare mai cibi scaduti, è interessante che il 32% invece dichiari di averlo fatto (per alimenti scaduti da non più di una settimana), e tra questi ci sono in particolare le donne e i giovani tra i 18 e i 34 anni.

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Un dato che racchiude forse coloro che, nonostante la poca chiarezza finora presente sulle etichette, hanno capito che la dicitura ‘Da consumarsi preferibilmente il…’ – a differenza della data di scadenza – indica che il prodotto potrebbe aver perso alcune qualità organolettiche ma può essere ancora consumato (affidandosi magari al giudizio dei propri sensi, vista e olfatto), o donato e, insomma, ‘salvato’ dal bidone della spazzatura.

La paura di attentati cambia le vacanze degli italiani?

Forse è troppo presto per capire che effetti avranno, sulle nostre coscienze e abitudini, i drammatici episodi cui assistiamo da mesi, più o meno direttamente riconducibili alla strategia di un terrorismo internazionale e su quali aspetti della nostra vita quotidiana.

Il nostro istituto, con la Confederazione Nazionale Coldiretti, è andato a verificare la ricaduta che questi attentati hanno avuto sulla scelta delle vacanze.

Il 70% degli italiani dichiara di non essere stato influenzato da questi eventi nel programmare le proprie ferie.

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Osservando le risposte nelle singole fasce di età si nota che il 90% circa degli over 64 non ha modificato i propri piani, lo ha fatto invece il 41% dei 18-24enni e il 38% dei 25-34enni.

Queste vistose differenze si spiegano analizzando le destinazioni delle vacanze: infatti tra i giovani sono più frequenti i viaggi verso città o paesi stranieri.

Quest’estate quasi il 40% dei 18-34enni visiterà un paese europeo, il 10% dei 25-34enni sarà negli Stati Uniti e il 10% dei 18-24enni in Asia.

Viceversa gli anziani scelgono in misura maggiore spostamenti in Italia e in luoghi tranquilli, meno urbanizzati.

 

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La qualità della vita dei pensionati

Vita di relazione

7 pensionati su 10 vivono con il partner, 2 su 10 da soli. Il 15% circa vive con familiari più giovani.

La vita raccontata dai pensionati intervistati è tendenzialmente segnata da socialità: mediamente ogni pensionato dichiara di frequentare 6-7 amici e 6 tra parenti e familiari. C’è però un 19% che dichiara di non frequentare amici.

pag 4  In termini generali il 46% si sente incluso, il 24% escluso.

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Nel complesso il 67% ritiene la propria una vita attiva, anche grazie ad una salute mediamente buona.

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Il mood

Più della metà si sente complessivamente ottimista pensando ai prossimi anni della propria vita. Il 27% invece è pessimista. Quasi 6 pensionati su 10 si sentono contenti, il 14% si sente triste.

 

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L’obiettivo

L’82% si ritienpag 11e utile alla sua famiglia (i termini dell’impegno dei genitori/nonni è stato reso evidente in molti studi, sul fronte economico, di collaborazione domestica…) e il 55% si ritiene utile alla comunità in cui vive.

 

 

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Il bilancio del passato professionale

A fare un bilancio della propria vita lavorativa, il 60% dei pensionati ritiene che la fatica, l’impegno profuso, il lavoro abbiano lasciato un segno decisamente positivo.

 

Uno sguardo complessivo delle risposte fornite dal campione di pensionati offre una fotografia, seppur con chiaroscuri, di esistenze per la maggior parte segnate da una vita di relazioni, di impegni e complessiva serenità e soddisfazione.

 

Estratto da un’indagine quantitativa – sistema CATI – 

Dati relativi a un segmento di campione di 300 pensionati. Distribuzione nazionale 

Cosa ci aspetta nel futuro

Introduzione

In Ixè abbiamo un bellissimo libro. Si intitola “Il volto sconosciuto dell’Italia” edito da A.Giuffrè editore nel 1966. E’ un volume, il secondo, curato da Pieropaolo Luzzatto Fegiz, un tempo professore ordinario di statistica nell’Università di Roma e direttore dell’istituto Doxa. Triestino.

Si tratta di una raccolta di 10 anni di sondaggi realizzati da Doxa tra il 1956 ed il 1965 ma in verità è una foto storica degli italiani.

Noi, che condividiamo con il prof. Luzzatto Fegiz l’attenzione e l’interesse per la pubblica opinione, abbiamo deciso di ripetere alcuni sondaggi oggi e metterne a confronto i risultati.

 

Il dato

Qui riportiamo il raffronto su una domanda che tocca una grande paura dell’umanità, quella della guerra, emblematica come misura del clima di incertezza di un paese, o, viceversa,  di ottimismo verso il futuro.

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Nel 1957 più della metà degli italiani temeva un’altra guerra mondiale. Il 17% non sapeva fare previsioni e il 26% era ottimista.

Nel 1963 oltre 1/3 della popolazione non sapeva fare una valutazione sulla possibilità di una guerra mondiale. Solo il 6% era pessimista mentre quasi 6 italiani su 10 erano ottimisti.

Nel 2015 quasi 8 italiani su 10 sono ottimisti e convinti che nei prossimi 10 anni non si sarà un’altra guerra mondiale; contano sulla saggezza dell’Europa acquisita dall’esperienza di due guerre, o hanno dimenticato un tempo che sembra lontano?  Il 17% è pessimista e crede che invece ci sarà.

Tra i pessimisti troviamo in misura superiore alla media i 18-34enni, gli studenti delle scuole superiori e chi ha una scolarità bassa, i residenti in Italia Meridionale.

Rispetto agli anni del boom economico, risale moderatamente il timore di un conflitto; d’altra parte negli ultimi decenni, post guerra fredda, i media d’informazione ci mettono davanti agli occhi costantemente eventi e aree che vivono la guerra.

Italiani intolleranti, ipocondriaci o stylish?

Introduzione

Nella scala dei bisogni di Maslow il cibo è collocato nel gradino più basso, tra i bisogni primari. I gradini superiori sono rappresentati dalla sicurezza, dall’appartenenza, dalla stima e, al vertice, dall’autorganizzazione. Ma, osservando l’articolato rapporto che abbiamo sviluppato con l’alimentazione ed il possente lavoro di marketing alimentare, releghereste ancora il cibo tra i bisogni puramente fisiologici? Ciò che mangiamo è un componente per il disegno della nostra identità individuale (oltre che nazionale e territoriale) e veicolo per la rappresentazione sociale di sé, è uno strumento per l’espressione della nostra moralità, dell’etica.

La ‘consapevolezza’ nei consumi alimentari si è diffusa e gli stili alimentari degli italiani evolvono, in diverse direzioni. Qui ci concentriamo solo su una di queste espressioni, quella della rinuncia.

Un dato Eurispes dice che il 7% degli italiani sono vegetariani o vegani. Ma si profilano anche altre nicchie di mercato interessanti, anch’esse nell’alveo della rinuncia: ci riferiamo ai consumi vincolati dalle intolleranze alimentari. A testimoniare la rilevanza di questo nuovo segmento di mercato ci soccorre l’Istat che ha inserito nel suo Paniere dei Consumi, utilizzato per il calcolo dell’inflazione, proprio i prodotti gluten free.

Ma ci corrobora anche un dato di costume, non meno significativo: in un servizio sulla criminalità organizzata in onda nel telegiornale, le riprese hanno inquadrato l’ingresso di un ristorante, luogo di incontro dei vertici mafiosi di Palermo. Sotto l’insegna, campeggiava il cartello “cucina senza glutine”. Un segnale rilevante di cambio di paradigma.

Movimenti ormai storici come il vegetarianesimo, il veganismo, la macrobiotica, poggiano la selezione dei cibi su teorie, valori e motivazioni precise, sostenute da ampia letteratura e propongono un alto rigore nella dieta. Ora però, l’ampio segmento dei consumatori votati all’ ‘alimentazione sana’ sembra aver estrapolato e shakerato alcuni elementi di queste teorie, averli digeriti sommariamente per inseguire un’idea generale di ‘naturalità’ del prodotto e di conseguenza di ‘purezza’ del proprio corpo. E proprio questo key driver sembra essere l’aggancio con un altro mercato, che all’apparenza sembrerebbe distinto, quello dei prodotti per intolleranti.

 

Il mio corpo è il mio tempio

Spostiamo lo sguardo sul consumo di farmaci: 23 confezioni a testa, per un totale di 1.398 milioni di unità, con un trend in aumento e una spesa di circa 19,9 miliardi di euro. (rapporto dell’Aifa L’uso dei farmaci in Italia 2014). Secondo FederSalus l’Italia è prima in Europa per la vendita di integratori e vitamine, per un valore di oltre 1,6 miliardi di euro. Ed è un mercato in crescita.

Una ricerca Gfk Eurisko indica che il 75% degli italiani afferma di utilizzare, almeno una volta all’anno, un prodotto integratore per migliorare o mantenere il benessere personale.
Categorie protagoniste delle vendite sono i fermenti lattici, gli integratori salini, gli integratori per il controllo del peso, i multivitaminici, le altre vitamine e i sistemici per i capelli.

La lettura congiunta di questi dati fa sorgere un dubbio: si stia diffondendo un fenomeno che ci vede impegnati in un costante e assillante ascolto del nostro corpo e in un ossessivo controllo delle nostre reazioni fisiche ? Abbiamo imboccato la via di un’eccessiva medicalizzazione, consentita dalla facile ricerca e ampia diffusione di informazioni sulla salute, che genera una diffusa e sotterranea ipocondria ?

L’impressione è che le informazioni costanti circa i danni alla salute provocati dal nostro stile di vita, dall’ambiente e dalle colture e allevamenti intensivi abbiano ingenerato nei cittadini uno stato d’ansia cui consegue il bisogno di trovare antidoti e difese a livello individuale.

L’alimentazione diventa uno strumento di difesa e si trasforma in un tratto di identità. L’alimentazione attenta alle intolleranze sembra inserirsi in una più ampia tendenza verso tutto ciò che è naturale, a volte incrocia il biologico, il vegetariano, il vegano, il macrobiotico. Lo confermano recenti campagne pubblicitarie che sposano i prodotti biologici ai prodotti senza carne e a quelli senza formaggio sotto un unico cappello di ‘naturalità’.

In sintesi, ci sembra che parte di chi consuma oggi prodotti ‘deprivati’ di qualche elemento nutritivo aderisca ad un trend culturale di dimensioni più elevate della diffusione delle intolleranze alimentari.

Qualche anno fa chi conosceva il lattosio? E il glutine? In quante case di mangiava kamut o quinoa?Qualche anno fa conoscevamo e ci interessavano le intolleranze e gli stili alimentari dei vip? Il periodico Oggi, nel numero del 10 giugno 2014 pubblica un articolo con un elenco di VIP che “hanno imparato a vivere gluten free”. Il sito Cucina Semplicemente il 12 settembre 2014 pubblica l’articolo ‘intolleranze e vip’. I siti web di ricette, cucina, gastronomia dedicano articoli a prodotti, ricette senza lattosio e gluten free; nei corsi per formazione per operatori della ristorazione si tratta di celiachia.

 

Diffusione delle intolleranze e attenzione mediatica

Le intolleranze alimentari fanno parte di un vasto gruppo di disturbi comunemente definiti “reazioni avverse al cibo”, ossia, reazioni anomale che seguono l’ingestione di un alimento, non provocate, come nel caso delle allergie alimentari, dal sistema immunitario ma da una incapacità dell’organismo a digerire correttamente un alimento o alcune sostanze. Secondo i dati dell’Istituto Superiore della Sanità circa l’8% dei bambini e il 2% della popolazione adulta soffre di intolleranza ad uno o più cibi e i numeri delle intolleranze stanno crescendo sensibilmente. Oltre 7 italiani su 10 dichiarano di non digerire il lattosio. Si calcola che in Italia circa 4.2 milioni di persone siano affette da intolleranza al lattosio. Dei 4.2 milioni di persone colpite da quest’intolleranza circa 2.8 milioni hanno “semplici” problemi di digestione,  1.1 milioni sono intolleranti e 305 mila sono invece allergici (fonte AC Nielsen). Studi epidemiologici hanno evidenziato 1 su 100 è affetto da celiachia. Sono circa 600 mila i celiaci in Italia, anche se le diagnosi ufficiali – soggetti che hanno diritto a buoni spesa per l’acquisto di prodotti alimentari specifici – sono 135.800. Ogni anno nascono 2.800 nuovi celiaci, con un incremento annuo di circa il 10% (fonte Associazione italiana di celiachia).

I sondaggi indicano che il 25% della popolazione crede di avere qualche tipo di intolleranza alimentare. Se cerchiamo in internet, come peraltro fanno molti italiani, informazioni sulle intolleranze alimentari, troveremo molti e diversi dati, che univocamente generano l’impressione che questi problemi siano molto diffusi, in continuo aumento e in parte ancora sommersi.

parole intolleranze

 

parole kamut e soia

Le prime osservazioni sui disturbi legati all’ingestione di cibo sono molto antiche: già Ippocrate aveva notato gli effetti negativi dovuti all’ingestione di latte di mucca. Ora però le motivazioni più condivise sulle cause presunte dell’incremento delle intolleranze sono legate ai cambiamenti delle abitudini alimentari (introduzione di cibi e spezie provenienti da altri Paesi), ai nuovi sistemi di coltivazione (produzione di grani più ricchi in glutine, utilizzo di ogm) e al mancato rispetto delle norme di conservazione e produzione della filiera alimentare. Insomma, sembra che il mercato generi i bisogni e poi prontamente li soddisfi.

 

Il mercato dei prodotti per intolleranti

I dati sulle vendite presso la gdo confermano la tendenza: il giro d’affari dei prodotti senza glutine e di quello dei prodotti a base di cereali alternativi (soia, kamut, farro…) vale poco meno di 250 milioni di euro all’anno, di cui il 30% è realizzato dalla grande distribuzione., con un incremento idei volumi negli ultimi 12 mesi pari al 18% (rapporto coop2014). Rispetto al 2013 (dati osservatorio coop 2014) le vendite dei prodotti senza glutine sono aumentati del 32%, le bevande alla soia del 20,1% e sono i primi due dei top ten performer. Le insegne della gdo hanno linee dedicate ai prodotti gluten free e senza lattosio. La pasta senza glutine nella gdo nel 2013 ha fatturato 15 milioni (10% in più dell’anno precedente) con 2570 tonnellate (9% in più dell’anno precedente) (dato ilSole24ore.com 20/11/2013). Il prezzo della pasta gluten free è mediamente 4,5 volte il prezzo della pasta normale. Un litro di latte di soia o di riso costa in media due volte, due volte e mezza un litro di latte normale a lunga conservazione.

La produzione speciale costa. C’è il prezzo elevato delle materie prime ma anche la prevenzione dai rischi di contaminazione crociata: bisogna organizzare una filiera produttiva “pulita” ed effettuare controlli in tutte le fasi, dalla lavorazione al trasporto. E poi ci sono le certificazioni e la burocrazia. E la ricerca, per creare prodotti che soddisfino i 5 sensi: profumo, sapore, colore, consistenza e rumore al morso.

Circa 100 mila bambini utilizzano latte ipoallergenico per una spesa di oltre 50 milioni di euro l’anno. Ed è in stretta misura correlata a tale disturbo la crescita del settore dei prodotti a base di soia, soprattutto i dessert, che ormai valgono in Italia quasi 10milioni di euro annui. Un litro di latte di soia o di riso costa in media due volte, due volte e mezza un litro di latte normale a lunga conservazione. (fonte www.lettera43.it 27 marzo 2012)

Attualmente il 76% dei prodotti gluten free è venduto dal canale farmacia e il 24% dalla gdo (dati AIC). Gli acquisti sovvenzionati dallo Stato tramite il Servizio Sanitario Nazionale fanno sì che le leggi del mercato e della libera concorrenza non hanno effetto: all’aumentare del numero delle diagnosi (e quindi degli acquirenti) il prezzo dei prodotti, anziché scendere, rimane costante.

L’ingresso della grande distribuzione ha sparigliato le carte del mercato degli alimenti dietoterapeutici che prima era dominio unico delle farmacie. La produzione di prodotti gluten free da parte delle private label ha spezzato il vincolo del canale delle farmacie e dell’anelasticità dei prezzi vincolata ai sussidi pubblici.

Lo stesso trend investe anche il settore Ho.Re.Ca. Basta guardare gli indici di crescita: sono più di duemila le attività di ristorazione (dagli hotel alle gelaterie) segnalate sul sito dell’ associazione italiana celiachia e il gluten-free è sbarcato anche negli Autogrill.

L’ Aidepi (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) è allarmata e segnala che spesso i prodotti gluten free finiscono anche sulle tavole di famiglie che non hanno a che fare con l’intolleranza al glutine a causa di una convinzione errata ma sempre più diffusa una dieta gluten free  farebbe dimagrire.

 

Comunicazione

 Fino a qualche anno fa per i celiaci esisteva solo una gamma ristretta di alimenti, dalla confezione anonima, dal gusto poco definito e dal prezzo molto elevato. Essere costretti a ricorrere a fare la spesa in farmacia contribuiva a far sentire il celiaco una persona particolare, un malato. In effetti, oltre ad essere un problema che condiziona le abitudini alimentari, la celiachia costituisce un disagio psicologico. La dieta senza glutine crea problemi di socialità (andare al ristorante, a mangiare la pizza con amici, per i bambini andare alle feste). Ora il mercato offre un’ampia gamma di prodotti, anche ‘sfiziosi’, con proprietà organolettiche elevate e accattivanti anche nel packaging. Analogamente l’offerta di prodotti senza lattosio. Ed i prodotti acquistano un interessante richiamo anche per chi non è celiaco.

Già nel 2009 l’Associazione Italiana Celiaci aveva scelto di fare una campagna istituzionale con dei testimonial VIP del mondo dello spettacolo e dello sport. Il caso più celebre è forse quello del tennista Novak Djokovic, campione serbo che, pur non essendo celiaco, asserisce di aver recuperato il peso forma e forza da quando ha eliminato dalla propria alimentazione i cibi contenenti glutine. E’ cos’ entusiasta della sua scelta che ha convinto la sua famigli, attiva nel settore della ristorazione, ad aprire una catena di locali ‘gluten free’ che ha battezzato Novak.

Produzione, distribuzione e comunicazione, con la ‘normalizzazione’ del vissuto delle intolleranze collaborano anche a superare ogni forma di ‘discriminazione’ e nel contempo riescono a promuovere il consumo familiare di prodotti senza lattosio, di farine senza glutine ecc..…. moltiplicandone il consumo.

Gli story telling di brand e prodotti del segmento gravitano sul piano estetico e del benessere (la pancia sgonfia, l’appesantimento…), cavalcano il trend della naturalità e ricerca di distinzione (prodotti con farine di kamut…), e utilizzano la valenza affettiva (tutta la famiglia sceglie di consumare ciò che il membro intollerante consuma) congiunta ad un elemento essenziale: il buon sapore.

 

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