Società

Alimentazione: più sana per le coppie con figli

Il 58% degli italiani dice di mangiare sano e di fare attenzione al contenuto degli alimenti: sono soprattutto donne e over 55 anni.

Gli uomini e i giovani fino a 34 anni invece ammettono, in misura leggermente maggiore della media, di inseguire il gusto e di non preoccuparsi troppo di quanti zuccheri o grassi contenga il proprio pasto.

 

 

Il 10% dei 25-34enni (contro il 5% della media) si trova, per scelta o per necessità, a fare pasti veloci e fuori casa.

 

 

Ma l’attenzione al rapporto tra cibo e salute sembra più forte per chi vive con un partner: le coppie, soprattutto quelle con figli, sembrano seguire un’alimentazione più sana.

 

I più orgogliosi del proprio stile alimentare sano sembrano essere gli abitanti del Centro-Sud e del Nord Ovest, mentre quelli delle Isole sembrano meno disposti a rinunciare ai piaceri del palato.

 

 

 

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Dati tratti dall’indagine Ixè luglio 2017.

Campione di 1000 italiani maggiorenni.

 

Giovani italiani (e italiane) alla ricerca dell’indipendenza

Andare a vivere da soli sembra essere un sogno proibito: il 60% dei 18-34enni vive con i genitori.

La percentuale è più alta tra i 18-24enni (80%) ma è rilevante anche tra i 25-29enni (62%) e tra i 30-34enni (34%).

 

 

 

L’ostacolo principale alla conquista dell’indipendenza e alla formazione di una nuova famiglia sembra essere il lavoro: tra i giovani occupati, infatti, la percentuale di chi vive con i propri genitori scende al 40%, mentre aumenta leggermente tra i disoccupati e tra chi è in cerca di prima occupazione.

Anche se convivente, quasi la metà dei giovani contribuisce a una parte delle spese (41%) e ai lavori domestici (47%, che sale al 60% tra le donne).

 

Il 55% degli under 35 non riesce, dunque, ad essere completamente autonomo e mantenersi con le sole proprie forze: ancora una volta l’aiuto della famiglia di origine è essenziale per il 52% dei 25-29enni e per il 34% dei 30-34enni.

 

 

Conquistare l’autonomia sembra più difficile per le ragazze e le giovani donne: il 62% delle giovani under 35 dipende dall’aiuto dei propri genitori.

 

L’indice di povertà tra i 18-34enni è passato dall’1,9% del 2007 al 10,4% del 2016 (dati Istat 2017): il confronto tra la percezione della propria condizione economica e quella della famiglia di origine sembra confermare lo stato di difficoltà vissuto dai giovani italiani.

 

Anche da questo confronto emerge una maggiore sofferenza delle giovani donne: le loro risposte, infatti, insieme a quelle dei disoccupati e degli abitanti del nord-ovest, segnalano un maggiore distacco – rispetto alla media del campione – dalla tranquillità economica delle rispettive famiglie di origine.

 

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè – Fondazione Campagna Amica, gennaio 2018.

Campione di 500 italiani tra i 18 e i 34 anni
(la nota metodologica completa è disponibile sul sito Agcom)

Gioco: dalle slot machine la dipendenza maggiore

Mediamente, la maggioranza degli italiani considera la slot machine il gioco che più degli altri genera dipendenza. Segue il video poker, quindi il casinò.
Meno ‘pericolosi’ sono considerati le scommesse sportive, il gratta e vinci e ancor meno le Sale Bingo, il Lotto e il Superenalotto; questi ultimi due in particolare sembrano avere un’immagine per niente a rischio ludopatia.

Solo il 9% della popolazione ritiene che nessun gioco di per sé provochi dipendenza.

 

 

È interessante osservare il rapporto inversamente proporzionale tra giochi praticati e percezione della ‘pericolosità’ degli stessi sul fronte della dipendenza:

  • chi è completamente estraneo al gioco riconosce una pericolosità lievemente superiore al Lotto, al Superenalotto e al Gratta e Vinci;
  • i giocatori di slot machine e videopoker sottostimano di molto, rispetto alla media, la percolosità di questi giochi; invece chi fa scommesse sportive o frequenta le sale Bingo ne sovrastima il rischio ludopatia più della media della popolazione, così come chi gioca al Lotto;
  • si potrebbe ipotizzare che questi ultimi giochi, non catalogati comunemente come veri e propri giochi d’azzardo, fanno sentire chi li pratica in qualche misura un ‘giocatore’ esposto ad un rischio.

 

 

 

 

 

Dati tratti dall’indagine sugli italiani e il gioco d’azzardo, realizzata a novembre 2017 dall’Istituto Ixè.

Per scaricare i risultati completi dell’Osservatorio cliccare qui.

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Vacanze in campagna

Le ha trascorse così, almeno una volta, il 53% degli italiani; ma la campagna ha un grande potenziale: il 65% degli intervistati in un recente sondaggio si dichiara propenso a scegliere questo modo semplice e diretto di contatto con la natura come meta delle proprie future vacanze.

 

 

L’interesse è più alto tra i giovani, in particolare tra i 25-34enni, mentre i più anziani sembrano meno attratti: il dato potrebbe indicare una mancanza di offerte pensate proprio per gli over 64, o forse esprime un bisogno specifico dei più giovani che, cresciuti soprattutto nelle città, vedono nella campagna un grande risorsa per il proprio benessere psico-fisico.

 

Che il “verde” faccia bene al corpo e alla mente lo dicono numerosi studi, e chissà che proprio questi ultimi non abbiano influenzato in qualche modo le scelte degli italiani, dato che soprattutto chi ha una scolarità alta sembra frequentare di più la campagna durante le ferie e si dice più propenso a tornarci.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fare vacanze in campagna non significa solo relax e contatto con la natura, ma anche cultura, tradizione e… cibo.

Le attività ‘campestri’ cui gli italiani partecipano più volentieri sono infatti le feste popolari, le sagre e le fiere (53% delle risposte) che spesso, e non solo nei mesi estivi, costellano le aree rurali del nostro Paese, seguite poi da pranzi e cene in agriturismo (49%).

Intorno al cibo ruotano anche altre attività molto diffuse, come gli acquisti in azienda (32% delle risposte) e la visita alle cantine (24% delle risposte), gli itinerari enogastronomici, le degustazioni e i corsi di cucina.

Non mancano comunque le forse più classiche passeggiate, alla ricerca di bellezze naturali o alla scoperta di luoghi d’interesse culturale, storico o archeologico, e le escursioni in bicicletta, il trekking ecc.

Dati tratti dall’indagine Ixè – Fondazione Campagna Amica, marzo 2017.

Campione di 705 italiani maggiorenni.

Brutti ma buoni? Gli insetti da mangiare

Il 1° gennaio 2018 potrebbe segnare l’inizio di una rivoluzione nel gusto: da quel giorno, infatti, sarà possibile allevare e commercializzare anche in Europa insetti per l’alimentazione umana.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e per l’agricoltura studia e promuove l’entomofagia già dal 2003: l’alta qualità dei nutrienti rende gli insetti dei grandi alleati nella lotta alla fame e alla malnutrizione; la facilità e i bassi costi dell’allevamento su piccola scala si traducono in un’opportunità di lavoro per le donne delle comunità più povere; infine, un’integrazione della dieta umana (oltre che animale) con proteine provenienti da insetti potrebbe ridurre il nostro impatto ambientale e il consumo di risorse del pianeta, visto il minor bisogno di acqua e terra nell’allevamento e la minore emissione di gas serra.

Forse queste, e altre motivazioni hanno già influito sull’atteggiamento degli italiani verso l’idea di poter considerare grilli, locuste, tarme della farina o bachi da seta come cibo.

Infatti, nonostante la totale estraneità degli insetti alla nostra tradizione culinaria, e nonostante pochi abbiano avuto la possibilità di assaggiarli e raccontarne l’esperienza, il 40% degli italiani si dice indifferente o addirittura favorevole all’introduzione di questa nuova categoria di alimenti.

Poco più della metà è contrario, in misura superiore gli over 54enni, le donne e chi ha un livello scolare basso.

Se le donne sembrano ribadire l’apparentemente molto diffusa avversione verso insetti e artropodi, i più giovani sembrano meno spaventati: il 23% dei 18-24enni e il 22 dei 25-34enni si dichiara infatti favorevole, mentre quasi il 70% dei 55-64 si dice contrario.

 

 

 

 

 

I più curiosi sembrano gli abitanti delle Isole e quelli del Nord Ovest, mentre il 35% di chi vive al Centro è più spesso indifferente.

Che sia la curiosità verso nuovi sapori o la motivazione etica e ambientalista a spingere verso un’accoglienza favorevole, questa sembra più probabile tra chi ha una scolarità medio-alta.

 

 

 

 

Acquisto diretto: chi (e perché) fa la spesa dal contadino?

Acquistare frutta e verdura, formaggio, vino ecc. direttamente in azienda sembra essere un’abitudine molto diffusa e radicata nel nostro Paese: da una recente indagine del nostro Istituto risulta, infatti, che solo il 14% degli intervistati dichiara di non farlo mai.

 

 

Il 57% dichiara di comprare prodotti alimentari dal produttore da una a quattro volte al mese: i più anziani sono i più assidui (il 25% dei 55-64enni ci va quasi ogni settimana), ma l’interesse per questa modalità di fare la spesa coinvolge anche i più giovani, infatti il 30% dei 18-24enni dichiara di frequentare le aziende agricole ogni mese.

 

 

Al Sud e nelle Isole il fenomeno sembra più diffuso che in altre aree.

 

 

La spinta più forte a fare questa scelta è la convinzione che il prodotto acquistato lì dove è stato creato ha una qualità superiore: è più fresco, più saporito… più buono, insomma (71% delle risposte). Ne sono persuase soprattutto le donne, i più giovani, gli abitanti del Centro e delle Isole e chi ha una scolarità medio-alta.

 

 

La possibilità di visitare il luogo di produzione (se non quella di assistere al processo stesso) e la certezza del km 0 trasmettono agli acquirenti anche un senso di affidabilità: il prodotto così acquistato è, per il 43% degli intervistati, più sicuro e controllato di altri venduti altrove.

A influenzare la scelta della modalità d’acquisto è anche la certezza di trovare prodotti locali, del territorio, ed è interessante notare che sono soprattutto i più giovani (18-24 anni) ad apprezzare questa caratteristica: forse per un rinnovato interesse verso specialità tipiche e dimenticate, o forse per una sensibilità maggiore verso questioni ecologiche e di impatto ambientale.

 

 

 

 

Per molti, infine, fare la spesa dal contadino è anche un modo per spendere meno: la pensano così le donne, gli abitanti del Centro Sud e, soprattutto, il 54% di chi ha tra i 25 e i 34 anni;

chi ha una scolarità alta dà particolare importanza, invece, al contatto e allo scambio di informazioni e conoscenze col produttore.

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Settembre 2017.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Fiori, piante e… ortaggi: il pollice verde degli italiani

Il fenomeno ha molti nomi e motivazioni diverse, ed è sempre più diffuso: gli orti urbani di quartiere o creati dalle amministrazioni locali, gli orti didattici nelle scuole, i giardini condivisi, tutti sembrano rispondere a un’esigenza diffusa di bellezza, salute e di quel particolare benessere psico-fisico che solo il rapporto con la natura, le piante e il verde possono produrre.

In sintonia con questa realtà variegata sembra essere l’attitudine privata degli italiani a circondarsi di verde anche in casa: se le piante aromatiche sembrano indispensabili (lo sono soprattutto per le donne), e quasi la metà degli italiani coltiva piante e fiori in vaso, significativo sembra il numero di coloro che coltivano orti (36%) e ortaggi anche sul proprio balcone, terrazzo o davanzale (27%).

 

 

 

Questo riavvicinamento a una nuova forma di autoproduzione – che sia un’esperienza sociale e condivisa con i propri famigliari o con gli abitanti del quartiere, o vissuta in privato, nel proprio giardino e in casa – sembra coinvolgere soprattutto i più giovani: i 18-24enni coltivano piante aromatiche (64%), un orto (46%) e ortaggi in vaso (37%) in misura maggiore della media.

 

 

Balconi e davanzali particolarmente fioriti e ricchi di piante e ortaggi sembrano essere diffusi soprattutto nell’Italia centrale, mentre la coltivazione di un orto sembra appassionare soprattutto gli abitanti del Nord Ovest.

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Settembre 2017.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Vacanze estive e paura di attentati

La paura di attentati non frena la voglia di viaggiare e i dati raccolti nel Rapporto sul Turismo 2017 lo confermano: già il 2016 è stato un anno record, con 1,2 miliardi di arrivi internazionali e una crescita del +3,9%.

Eppure gli effetti della strategia del terrore si fanno sentire sulla scelta delle destinazioni, sulle modalità e l’organizzazione delle vacanze: nell’estate appena trascorsa il numero degli italiani che afferma di aver modificato in qualche modo le proprie abitudini e i propri progetti di viag’io aumenta in misura considerevole rispetto alle precedenti rilevazioni.

Se, infatti, in occasione dei ponti e delle ultime vacanze primaverili il 29% dichiarava di essere stato influenzato dagli episodi di terrorismo, alla vigilia delle ferie estive la percentuale è salita al 38%.

 

 

A dirsi più influenzati da questi episodi sono soprattutto le donne e i 35-54enni.

 

 

 

Dal punto di vista territoriale, gli abitanti del Centro-Sud, e delle Isole in particolare, sembrano aver risentito maggiormente della paura degli attentati nell’organizzazione delle proprie vacanze.

 

 

Gli italiani continuano a voler viaggiare, dunque, ma chi ha più paura sceglie di rimanere in Italia: il 62% di chi ha modificato le proprie abitudini o progetti di viaggio sembra trasformare la preoccupazione in un’occasione per visitare le bellezze delle regioni italiane.

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Estate 2017.
Campione di 800 italiani maggiorenni

Il mestiere di chef

Per gli italiani fare lo chef è soprattutto un lavoro entusiasmante (41%) e faticoso (35%).

Due aggettivi che sembrerebbero sintetizzare al meglio le caratteristiche principali di questo mestiere: un’attività creativa, che coinvolge i sensi, unisce la chimica e l’arte, il metodo scientifico fatto di prove ed esperimenti con la sregolatezza del genio, ma che significa anche fatica, orari impossibili e in molti casi anche stress.

 

La pensano così più le donne che gli uomini, mostrando di apprezzare un mestiere che, ai livelli più alti, è ancora molto maschile: in Italia le chef stellate sono solo 45 su 134, un 13% che però, se confrontato con il dato di altri paesi (per esempio la Francia: 2,5%) e con la media mondiale (4%), potrebbe rappresentare, chissà, l’inizio di qualcosa di nuovo.

 

Fare il cuoco è anche un modo per ricoprire un ruolo di prestigio all’interno di una comunità (26% delle risposte): la pensano così in particolare le casalinghe, i 35-44enni, chi ha una scolarità alta e gli abitanti del nord est.

 

 

Gli abitanti del nord ovest sono quelli che vedono di più il lato faticoso (con il 51%delle risposte), mentre al sud e nelle isole è forte l’idea che questo sia anche un mestiere in cui si guadagna molto: complici forse le luccicanti carriere degli chef stellati che vediamo in tv, soprattutto chi ha un reddito più basso immagina questo come un mestiere particolarmente redditizio.

 

Dati tratti dall’Osservatorio Ixè-Coldiretti 2016.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

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