Salute

Cibi da spiaggia: il pranzo al mare nell’estate 2018

Una famiglia che mangia pasta, lasagne o parmigiana sotto l’ombrellone: che sia un ricordo d’infanzia o un’immagine tra tante della cinematografia neorealista, tutti ne riconosciamo la caratteristica italianità.

In realtà, oggi, la maggior parte degli italiani sceglie di portare in spiaggia cibi leggeri (insalata di riso soprattutto), frutta e verdura.

 

I più affezionati alla tradizione di portare i carboidrati più saporiti anche in riva al mare (o al lago) sono gli abitanti del Centro Italia.

Infatti, se la caprese e la parmigiana sono i simboli del pranzo al mare per chi vive al Sud e nelle Isole, chi vive nelle regioni centrali sembra non voler rinunciare al piatto di pasta (nel 23% dei casi) o (nel15%) a uno di lasagne.

 

Chi ha figli è forse più attento a scegliere cibi sani e leggeri: le coppie senza figli e i single, invece, sono forse più liberi di partire per una giornata al sole senza preoccuparsi di come procurarsi il cibo.

Dati tratti dal’Indagine Ixè-Coldiretti Estate 2018

Campione di 1000 italiani maggiorenni

L’amore per la buona cucina è… trattorie, osterie e ristoranti tipici.

Il 34% le frequenta regolarmente, il 53% occasionalmente: l’87% degli italiani quando sceglie di mangiare fuori si dirige verso la cucina tipica e i locali più tradizionali.

Ma in Italia il 30% degli intervistati dichiara anche di pranzare o cenare al bar almeno una volta al mese.

 

 

Appena possono gli italiani sembrano voler unire al buon cibo la bellezza di un paesaggio naturale: il 55% infatti sceglie gli agriturismi; questo tipo di ristorazione ha una frequenza per lo più occasionale.

 

 

Il 5% frequenta abitualmente i ristoranti vegetariani, una percentuale analoga alla diffusione della dieta vegetariana in Italia. C’è però un ulteriore 20%, composto presumibilmente da non vegetariani, che vi si reca occasionalmente. Sono soprattutto i 25-34enni ad apprezzare questo tipo di alimentazione e di locali.

I fast food, le paninoteche e i pub sono frequentati abitualmente da circa 1/6 degli italiani, in particolar modo i giovani; ma la frequentazione occasionale aumenta significativamente la penetrazione della categoria.

 

Ci solo alcune tipologie di ristorazione che più di altre sono caratterizzate da una clientela omogenea anagraficamente: gli etnici, i pub, le paninoteche e lo street food sono frequentati in misura nettamente superiore dai 18-34enni. Ma nei fast food, pur con un picco  tra i 25-34enni, i frequentatori abituali si concentrano in una fascia più ampia, che abbraccia fino ai 44 anni.

Ai ristoranti vegetariani corrisponde una concentrazione maggiore di 25-34enni tra i clienti abituali.

 

 

 

La relazione positiva, amicale con il gestore è il primo criterio con cui scegliere un locale dove mangiare.

Al secondo posto si collocano le caratteristiche del menù, mentre la varietà di scelta e l’ampiezza dell’offerta sembrano non essere così importanti.

 

 

In fatto di cibo, insomma, gli italiani sembrano badare più alla sostanza che alla forma: il 33% si interessa delle materie prime usate per compore i piatti, mentre l’arte dell’”impiattare” e l’estetica del locale sembrano interessare molto meno.

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti, giugno 2018

Campione di 800 italiani maggiorenni

Bagni di sole (o meglio, uomini al sole)

Un’estate al sole, per abbronzarsi sempre di più.

I maschi italiani superano le donne nella passione per la pelle dorata: la ricercherà l’82% degli intervistati i quali, nella grande maggioranza dei casi, si preoccuperanno anche di proteggersi con adeguate creme solari.

 

 

 

 

Ma abbronzarsi è ancora di moda? Se è vero che le donne interpretano per prime le tendenze, la risposta non è scontata.

Il 28% delle intervistate (contro il 23% della media del campione) dichiara infatti di non volersi esporre al sole nei prossimi mesi.

 

Non hanno dubbi, invece, i più giovani (fino ai 34 anni), i 45-54enni e gli abitanti del nord est.

 

 

 

 

Che i bagni di sole siano comunque salutari potrebbe dedursi dal comportamento dei genitori (single o in coppia). O forse è solo una scusa per sdraiarsi a occhi chiusi mentre i bambini scorrazzano in libertà.

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè – Coldiretti Estate 2018

maggio 2018

Campione di 1000 italiani maggiorenni

Preferisco il bio: italiani e cibo biologico

Sempre meno pesticidi e sempre più colture “naturali”: l’Italia è prima in Europa per aumento di superfici coltivate secondo il metodo biologico (+ 303.071 ettari tra il 2015 e il 2016, secondo il rapporto FIBL e AMI presentato a Norimberga lo scorso febbraio) e mantiene il primato per numero di produttori nel settore.

E il paesaggio sembra cambiare insieme al gusto degli italiani: il 20% consuma regolarmente prodotti biologici, e il 40% dichiara di acquistarli spesso, consolidando così il trend degli ultimi dieci anni.

 

 

 

 

I 25-34enni sembrano i più desiderosi di mangiare alimenti “puliti” e sani, forse anche per un’attenzione alla sostenibilità ambientale, mentre il 26% dei 55-64enni riesce a consumarli regolarmente.

 

 

 

Scegliere prodotti biologici è probabilmente l’esito di una riflessione e dell’accesso alle informazioni riguardo al rapporto tra cibo e salute e all’impatto ambientale delle produzioni agroalimentari: forse anche per questo la percentuale dei consumatori bio sale al 73% nel segmeto di popolazione con una scolarità più alta.

 

 

 

Le regioni con maggiore estensione di superfici biologiche sono quelle del Sud, ma l’abitudine di consumare alimenti bio sembra più radicata tra gli abitanti del Nord Est.

 

 

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti ottobre 2017.

Campione di 1000 italiani maggiorenni

Alimentazione: più sana per le coppie con figli

Il 58% degli italiani dice di mangiare sano e di fare attenzione al contenuto degli alimenti: sono soprattutto donne e over 55 anni.

Gli uomini e i giovani fino a 34 anni invece ammettono, in misura leggermente maggiore della media, di inseguire il gusto e di non preoccuparsi troppo di quanti zuccheri o grassi contenga il proprio pasto.

 

 

Il 10% dei 25-34enni (contro il 5% della media) si trova, per scelta o per necessità, a fare pasti veloci e fuori casa.

 

 

Ma l’attenzione al rapporto tra cibo e salute sembra più forte per chi vive con un partner: le coppie, soprattutto quelle con figli, sembrano seguire un’alimentazione più sana.

 

I più orgogliosi del proprio stile alimentare sano sembrano essere gli abitanti del Centro-Sud e del Nord Ovest, mentre quelli delle Isole sembrano meno disposti a rinunciare ai piaceri del palato.

 

 

 

.

Dati tratti dall’indagine Ixè luglio 2017.

Campione di 1000 italiani maggiorenni.

 

Cibi “senza…”

Siamo sempre più attenti a quello che mangiamo, leggiamo le etichette e ci informiamo: ma cosa cerchiamo, veramente?

Il 74% degli italiani sceglie cibi che riportano in etichetta la dicitura “senza…”: senza conservanti e coloranti, soprattutto, senza OGM, ma anche senza zucchero, sale, lattosio e glutine.

 

Le donne (e le casalinghe) pongono particolare attenzione a che i prodotti acquistati non contengano coloranti, conservanti o materie prime modificate geneticamente (mentre gli uomini sembrano preoccuparsi in particolare dell’eccesso di zuccheri), ma sono i più giovani (18-34 anni) e i giovani adulti (35-44) a rivelarsi dei veri cultori dei cibi “senza…”.

 

Chi rientra in queste fasce d’età, infatti, non evita solo quegli ingredienti ormai associati stabilmente anche nella coscienza comune a effetti nocivi sulla salute (come coloranti e conservanti) o molto controversi (come gli OGM), ma rifugge anche il sale, lo zucchero, il lattosio e il glutine in misura maggiore rispetto alla media (e anche rispetto a quanto fanno i più anziani).

Il dato esprime probabilmente un insieme di fattori diversi e in parte opposti: da un lato un rapporto più consapevole e informato con il cibo e le abitudini alimentari, grazie a una maggiore familiarità con i consigli e le conoscenze della scienza della nutrizione e dell’educazione alimentare, dall’altra, forse, una maggiore esposizione alle mode che estremizzano, e in certi casi distorcono, le indicazioni della scienza medica.

I maggiori acquirenti di prodotti che non contengono un certo ingrediente individuato come dannoso per la salute sono in media più scolarizzati, appartengono alle classi medio-alte (e forse non a caso, visto che i cibi “senza” hanno spesso un prezzo più elevato, anche quando acquistati nella grande distribuzione, di quelli “con”), e abitano nel Centro Italia.

 

La diffidenza verso gli organismi geneticamente modificati è particolarmente elevata tra i cittadini europei (più che negli altri continenti) e gli italiani non fanno eccezione: soprattutto chi ha figli dichiara di evitare prodotti contenenti OGM.

Italiani intolleranti, ipocondriaci o stylish?

Introduzione

Nella scala dei bisogni di Maslow il cibo è collocato nel gradino più basso, tra i bisogni primari. I gradini superiori sono rappresentati dalla sicurezza, dall’appartenenza, dalla stima e, al vertice, dall’autorganizzazione. Ma, osservando l’articolato rapporto che abbiamo sviluppato con l’alimentazione ed il possente lavoro di marketing alimentare, releghereste ancora il cibo tra i bisogni puramente fisiologici? Ciò che mangiamo è un componente per il disegno della nostra identità individuale (oltre che nazionale e territoriale) e veicolo per la rappresentazione sociale di sé, è uno strumento per l’espressione della nostra moralità, dell’etica.

La ‘consapevolezza’ nei consumi alimentari si è diffusa e gli stili alimentari degli italiani evolvono, in diverse direzioni. Qui ci concentriamo solo su una di queste espressioni, quella della rinuncia.

Un dato Eurispes dice che il 7% degli italiani sono vegetariani o vegani. Ma si profilano anche altre nicchie di mercato interessanti, anch’esse nell’alveo della rinuncia: ci riferiamo ai consumi vincolati dalle intolleranze alimentari. A testimoniare la rilevanza di questo nuovo segmento di mercato ci soccorre l’Istat che ha inserito nel suo Paniere dei Consumi, utilizzato per il calcolo dell’inflazione, proprio i prodotti gluten free.

Ma ci corrobora anche un dato di costume, non meno significativo: in un servizio sulla criminalità organizzata in onda nel telegiornale, le riprese hanno inquadrato l’ingresso di un ristorante, luogo di incontro dei vertici mafiosi di Palermo. Sotto l’insegna, campeggiava il cartello “cucina senza glutine”. Un segnale rilevante di cambio di paradigma.

Movimenti ormai storici come il vegetarianesimo, il veganismo, la macrobiotica, poggiano la selezione dei cibi su teorie, valori e motivazioni precise, sostenute da ampia letteratura e propongono un alto rigore nella dieta. Ora però, l’ampio segmento dei consumatori votati all’ ‘alimentazione sana’ sembra aver estrapolato e shakerato alcuni elementi di queste teorie, averli digeriti sommariamente per inseguire un’idea generale di ‘naturalità’ del prodotto e di conseguenza di ‘purezza’ del proprio corpo. E proprio questo key driver sembra essere l’aggancio con un altro mercato, che all’apparenza sembrerebbe distinto, quello dei prodotti per intolleranti.

 

Il mio corpo è il mio tempio

Spostiamo lo sguardo sul consumo di farmaci: 23 confezioni a testa, per un totale di 1.398 milioni di unità, con un trend in aumento e una spesa di circa 19,9 miliardi di euro. (rapporto dell’Aifa L’uso dei farmaci in Italia 2014). Secondo FederSalus l’Italia è prima in Europa per la vendita di integratori e vitamine, per un valore di oltre 1,6 miliardi di euro. Ed è un mercato in crescita.

Una ricerca Gfk Eurisko indica che il 75% degli italiani afferma di utilizzare, almeno una volta all’anno, un prodotto integratore per migliorare o mantenere il benessere personale.
Categorie protagoniste delle vendite sono i fermenti lattici, gli integratori salini, gli integratori per il controllo del peso, i multivitaminici, le altre vitamine e i sistemici per i capelli.

La lettura congiunta di questi dati fa sorgere un dubbio: si stia diffondendo un fenomeno che ci vede impegnati in un costante e assillante ascolto del nostro corpo e in un ossessivo controllo delle nostre reazioni fisiche ? Abbiamo imboccato la via di un’eccessiva medicalizzazione, consentita dalla facile ricerca e ampia diffusione di informazioni sulla salute, che genera una diffusa e sotterranea ipocondria ?

L’impressione è che le informazioni costanti circa i danni alla salute provocati dal nostro stile di vita, dall’ambiente e dalle colture e allevamenti intensivi abbiano ingenerato nei cittadini uno stato d’ansia cui consegue il bisogno di trovare antidoti e difese a livello individuale.

L’alimentazione diventa uno strumento di difesa e si trasforma in un tratto di identità. L’alimentazione attenta alle intolleranze sembra inserirsi in una più ampia tendenza verso tutto ciò che è naturale, a volte incrocia il biologico, il vegetariano, il vegano, il macrobiotico. Lo confermano recenti campagne pubblicitarie che sposano i prodotti biologici ai prodotti senza carne e a quelli senza formaggio sotto un unico cappello di ‘naturalità’.

In sintesi, ci sembra che parte di chi consuma oggi prodotti ‘deprivati’ di qualche elemento nutritivo aderisca ad un trend culturale di dimensioni più elevate della diffusione delle intolleranze alimentari.

Qualche anno fa chi conosceva il lattosio? E il glutine? In quante case di mangiava kamut o quinoa?Qualche anno fa conoscevamo e ci interessavano le intolleranze e gli stili alimentari dei vip? Il periodico Oggi, nel numero del 10 giugno 2014 pubblica un articolo con un elenco di VIP che “hanno imparato a vivere gluten free”. Il sito Cucina Semplicemente il 12 settembre 2014 pubblica l’articolo ‘intolleranze e vip’. I siti web di ricette, cucina, gastronomia dedicano articoli a prodotti, ricette senza lattosio e gluten free; nei corsi per formazione per operatori della ristorazione si tratta di celiachia.

 

Diffusione delle intolleranze e attenzione mediatica

Le intolleranze alimentari fanno parte di un vasto gruppo di disturbi comunemente definiti “reazioni avverse al cibo”, ossia, reazioni anomale che seguono l’ingestione di un alimento, non provocate, come nel caso delle allergie alimentari, dal sistema immunitario ma da una incapacità dell’organismo a digerire correttamente un alimento o alcune sostanze. Secondo i dati dell’Istituto Superiore della Sanità circa l’8% dei bambini e il 2% della popolazione adulta soffre di intolleranza ad uno o più cibi e i numeri delle intolleranze stanno crescendo sensibilmente. Oltre 7 italiani su 10 dichiarano di non digerire il lattosio. Si calcola che in Italia circa 4.2 milioni di persone siano affette da intolleranza al lattosio. Dei 4.2 milioni di persone colpite da quest’intolleranza circa 2.8 milioni hanno “semplici” problemi di digestione,  1.1 milioni sono intolleranti e 305 mila sono invece allergici (fonte AC Nielsen). Studi epidemiologici hanno evidenziato 1 su 100 è affetto da celiachia. Sono circa 600 mila i celiaci in Italia, anche se le diagnosi ufficiali – soggetti che hanno diritto a buoni spesa per l’acquisto di prodotti alimentari specifici – sono 135.800. Ogni anno nascono 2.800 nuovi celiaci, con un incremento annuo di circa il 10% (fonte Associazione italiana di celiachia).

I sondaggi indicano che il 25% della popolazione crede di avere qualche tipo di intolleranza alimentare. Se cerchiamo in internet, come peraltro fanno molti italiani, informazioni sulle intolleranze alimentari, troveremo molti e diversi dati, che univocamente generano l’impressione che questi problemi siano molto diffusi, in continuo aumento e in parte ancora sommersi.

parole intolleranze

 

parole kamut e soia

Le prime osservazioni sui disturbi legati all’ingestione di cibo sono molto antiche: già Ippocrate aveva notato gli effetti negativi dovuti all’ingestione di latte di mucca. Ora però le motivazioni più condivise sulle cause presunte dell’incremento delle intolleranze sono legate ai cambiamenti delle abitudini alimentari (introduzione di cibi e spezie provenienti da altri Paesi), ai nuovi sistemi di coltivazione (produzione di grani più ricchi in glutine, utilizzo di ogm) e al mancato rispetto delle norme di conservazione e produzione della filiera alimentare. Insomma, sembra che il mercato generi i bisogni e poi prontamente li soddisfi.

 

Il mercato dei prodotti per intolleranti

I dati sulle vendite presso la gdo confermano la tendenza: il giro d’affari dei prodotti senza glutine e di quello dei prodotti a base di cereali alternativi (soia, kamut, farro…) vale poco meno di 250 milioni di euro all’anno, di cui il 30% è realizzato dalla grande distribuzione., con un incremento idei volumi negli ultimi 12 mesi pari al 18% (rapporto coop2014). Rispetto al 2013 (dati osservatorio coop 2014) le vendite dei prodotti senza glutine sono aumentati del 32%, le bevande alla soia del 20,1% e sono i primi due dei top ten performer. Le insegne della gdo hanno linee dedicate ai prodotti gluten free e senza lattosio. La pasta senza glutine nella gdo nel 2013 ha fatturato 15 milioni (10% in più dell’anno precedente) con 2570 tonnellate (9% in più dell’anno precedente) (dato ilSole24ore.com 20/11/2013). Il prezzo della pasta gluten free è mediamente 4,5 volte il prezzo della pasta normale. Un litro di latte di soia o di riso costa in media due volte, due volte e mezza un litro di latte normale a lunga conservazione.

La produzione speciale costa. C’è il prezzo elevato delle materie prime ma anche la prevenzione dai rischi di contaminazione crociata: bisogna organizzare una filiera produttiva “pulita” ed effettuare controlli in tutte le fasi, dalla lavorazione al trasporto. E poi ci sono le certificazioni e la burocrazia. E la ricerca, per creare prodotti che soddisfino i 5 sensi: profumo, sapore, colore, consistenza e rumore al morso.

Circa 100 mila bambini utilizzano latte ipoallergenico per una spesa di oltre 50 milioni di euro l’anno. Ed è in stretta misura correlata a tale disturbo la crescita del settore dei prodotti a base di soia, soprattutto i dessert, che ormai valgono in Italia quasi 10milioni di euro annui. Un litro di latte di soia o di riso costa in media due volte, due volte e mezza un litro di latte normale a lunga conservazione. (fonte www.lettera43.it 27 marzo 2012)

Attualmente il 76% dei prodotti gluten free è venduto dal canale farmacia e il 24% dalla gdo (dati AIC). Gli acquisti sovvenzionati dallo Stato tramite il Servizio Sanitario Nazionale fanno sì che le leggi del mercato e della libera concorrenza non hanno effetto: all’aumentare del numero delle diagnosi (e quindi degli acquirenti) il prezzo dei prodotti, anziché scendere, rimane costante.

L’ingresso della grande distribuzione ha sparigliato le carte del mercato degli alimenti dietoterapeutici che prima era dominio unico delle farmacie. La produzione di prodotti gluten free da parte delle private label ha spezzato il vincolo del canale delle farmacie e dell’anelasticità dei prezzi vincolata ai sussidi pubblici.

Lo stesso trend investe anche il settore Ho.Re.Ca. Basta guardare gli indici di crescita: sono più di duemila le attività di ristorazione (dagli hotel alle gelaterie) segnalate sul sito dell’ associazione italiana celiachia e il gluten-free è sbarcato anche negli Autogrill.

L’ Aidepi (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane) è allarmata e segnala che spesso i prodotti gluten free finiscono anche sulle tavole di famiglie che non hanno a che fare con l’intolleranza al glutine a causa di una convinzione errata ma sempre più diffusa una dieta gluten free  farebbe dimagrire.

 

Comunicazione

 Fino a qualche anno fa per i celiaci esisteva solo una gamma ristretta di alimenti, dalla confezione anonima, dal gusto poco definito e dal prezzo molto elevato. Essere costretti a ricorrere a fare la spesa in farmacia contribuiva a far sentire il celiaco una persona particolare, un malato. In effetti, oltre ad essere un problema che condiziona le abitudini alimentari, la celiachia costituisce un disagio psicologico. La dieta senza glutine crea problemi di socialità (andare al ristorante, a mangiare la pizza con amici, per i bambini andare alle feste). Ora il mercato offre un’ampia gamma di prodotti, anche ‘sfiziosi’, con proprietà organolettiche elevate e accattivanti anche nel packaging. Analogamente l’offerta di prodotti senza lattosio. Ed i prodotti acquistano un interessante richiamo anche per chi non è celiaco.

Già nel 2009 l’Associazione Italiana Celiaci aveva scelto di fare una campagna istituzionale con dei testimonial VIP del mondo dello spettacolo e dello sport. Il caso più celebre è forse quello del tennista Novak Djokovic, campione serbo che, pur non essendo celiaco, asserisce di aver recuperato il peso forma e forza da quando ha eliminato dalla propria alimentazione i cibi contenenti glutine. E’ cos’ entusiasta della sua scelta che ha convinto la sua famigli, attiva nel settore della ristorazione, ad aprire una catena di locali ‘gluten free’ che ha battezzato Novak.

Produzione, distribuzione e comunicazione, con la ‘normalizzazione’ del vissuto delle intolleranze collaborano anche a superare ogni forma di ‘discriminazione’ e nel contempo riescono a promuovere il consumo familiare di prodotti senza lattosio, di farine senza glutine ecc..…. moltiplicandone il consumo.

Gli story telling di brand e prodotti del segmento gravitano sul piano estetico e del benessere (la pancia sgonfia, l’appesantimento…), cavalcano il trend della naturalità e ricerca di distinzione (prodotti con farine di kamut…), e utilizzano la valenza affettiva (tutta la famiglia sceglie di consumare ciò che il membro intollerante consuma) congiunta ad un elemento essenziale: il buon sapore.

 

© 2013-2015 Istituto Ixè S.r.l. - C.F. e P.IVA 01238270324