Costume

Ferie (e viaggi) d’agosto

Il 55% degli italiani che hanno deciso di partire questa estate lo farà proprio in questo mese.

 

In totale, nell’estate 2017 il 73% degli italiani farà un viaggio, e solo il 20% rimarrà a casa, contro il 27 dello scorso anno.

 

Aumenta dunque la voglia di muoversi, anche solo per pochi giorni: la durata media delle vacanze è, infatti, la stessa degli ultimi anni (circa 11 giorni), ma crescono i soggiorni lunghi un weekend o una settimana.

 

Però non è tempo di vacanze per tutti allo stesso modo: gli uomini si muovono di più (l’82% contro il 64 delle donne) e rimangono in vacanza per più giorni (11,4 giorni contro i 10,9 delle donne).

 

Un altro discrimine sembra essere l’età: i più fortunati, senza dubbio, sono i 18-24enni (solo il 2% di loro resterà a casa, e il 13% farà vacanze lunghe un mese, contro il 6% della media del campione), seguiti dai 35-44enni.

Il 41% degli over 64 invece non farà viaggi: mancanza di opportunità (economiche, di salute o altro) o carenza di offerte dedicate a questa fascia d’età?

 

La probabilità di passare le ferie lontano da casa sembra crescere insieme al grado di istruzione: più è alta la scolarità, più cresce la percentuale di vacanzieri e più si allunga la durata del soggiorno, con una differenza apparentemente significativa tra il livello basso e i livelli medio e alto.

 

Gli abitanti del nord est sembrano preferire le vacanze brevi, seguiti, in questo, dagli abitanti del sud, mentre gli isolani sembrano resistere meno degli altri al desiderio di viaggiare.

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Estate 2017.
Campione di 800 italiani maggiorenni

Il mestiere di chef

Per gli italiani fare lo chef è soprattutto un lavoro entusiasmante (41%) e faticoso (35%).

Due aggettivi che sembrerebbero sintetizzare al meglio le caratteristiche principali di questo mestiere: un’attività creativa, che coinvolge i sensi, unisce la chimica e l’arte, il metodo scientifico fatto di prove ed esperimenti con la sregolatezza del genio, ma che significa anche fatica, orari impossibili e in molti casi anche stress.

 

La pensano così più le donne che gli uomini, mostrando di apprezzare un mestiere che, ai livelli più alti, è ancora molto maschile: in Italia le chef stellate sono solo 45 su 134, un 13% che però, se confrontato con il dato di altri paesi (per esempio la Francia: 2,5%) e con la media mondiale (4%), potrebbe rappresentare, chissà, l’inizio di qualcosa di nuovo.

 

Fare il cuoco è anche un modo per ricoprire un ruolo di prestigio all’interno di una comunità (26% delle risposte): la pensano così in particolare le casalinghe, i 35-44enni, chi ha una scolarità alta e gli abitanti del nord est.

 

 

Gli abitanti del nord ovest sono quelli che vedono di più il lato faticoso (con il 51%delle risposte), mentre al sud e nelle isole è forte l’idea che questo sia anche un mestiere in cui si guadagna molto: complici forse le luccicanti carriere degli chef stellati che vediamo in tv, soprattutto chi ha un reddito più basso immagina questo come un mestiere particolarmente redditizio.

 

Dati tratti dall’Osservatorio Ixè-Coldiretti 2016.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Il piacere di cucinare

Gli italiani amano cucinare?

Domanda solo apparentemente semplice, se consideriamo questa come un’attività “che ha reso umani gli umani” (così Claude Lévi-Strauss definiva l’invenzione della cottura dei cibi) o come un linguaggio che crea legami e rinsalda identità, all’interno e tra diverse comunità.

La cucina è anche un sistema per tramandare conoscenze su cosa è buono da mangiare, grazie al quale possiamo far tesoro dei tentativi (chissà quanti dagli esiti disastrosi) dei nostri progenitori che sperimentavano su di sé cosa fosse commestibile o meno.

Cucinare ha dunque a che fare con una cultura del cibo che però in alcune società moderne sembra essere entrata in crisi, tanto da far riemergere un “dilemma dell’onnivoro”: il consumatore di oggi cerca velocità di consumo e si ritrova orfano di tradizioni culinarie, stordito da troppe informazioni, incapace di scegliere di fronte alla quantità di prodotti esposti sugli scaffali di cui non conosce più la composizione, l’origine, la materia.

È così anche in Italia? Forse no, visto che a circa il 70% degli italiani piace cucinare, e tra questi, al 30% piace molto.

 

La differenza tra i sessi sembra confermare una divisione di ruoli tradizionale. Molte più donne amano la cucina, ma il dato degli uomini segna forse un cambiamento: quasi il 60% infatti dichiara di provare gusto nel cucinare.

 

Sorprende invece il dato dei più giovani: con il 76% che ha risposto “molto” e “abbastanza”, i 18-34enni superano tutte le altre fasce d’età e sembrano voler recuperare un rapporto con la cultura del cibo così minacciata dalla modernità.

 

E chissà che non lo facciano anche attraverso gli studi: il piacere di cucinare risulta infatti maggiore tra gli intervistati con un tasso di scolarità più alto.

 

Avere più tempo a disposizione non sembra essere determinante per appassionarsi ai fornelli (le casalinghe e i lavoratori autonomi hanno risposto affermativamente nella stessa – alta – percentuale), mentre sembrano esserlo la disponibilità economica e la presenza di figli.

 

Ad ammettere più candidamente, invece, di non amare affatto la cucina sono soparattutto le coppie senza figli e gli abitanti delle regioni del Nord Est.

 

Dati tratti dall’Osservatorio Ixè-Coldiretti 2016.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Cucinare in tv (o dell’estetica del cibo)

Che sia per rilassarsi o per imparare nuove ricette, o anche solo per godere del lato estetico della buona cucina (dai luoghi e i paesaggi origine dei cibi fino all’arte di presentare la tavola), il 37% degli italiani segue, regolarmente o spesso, programmi tv in cui si parla di cucina.

Considerando anche chi lo fa qualche volta arriviamo a un pubblico che coinvolge quasi il 70% degli italiani.

I palinsesti degli ultimi anni rispondono a questo apprezzamento generale e rilanciano: dai nuovi divi della cucina stellata alle più classiche gare di cuochi, dal cibo di strada ai consigli anti-spreco, fino ad arrivare a network totalmente dedicati non c’è, in effetti, che l’imbarazzo della scelta.

 

La spinta forse non è solo quella di prendere spunti da mettere in pratica, visto che non solo chi tradizionalmente si occupa di far da mangiare, né chi presumibilmente avrebbe più tempo per farlo (come i pensionati) è attratto dal fascino della cucina in tv.

Tra le donne, infatti, chi segue regolarmente o spesso tali programmi è il 47% (e il 56% tra le casalinghe), ma anche il 34% degli uomini dice di guardare almeno qualche volta programmi sul cibo e la cucina, mentre il 34% dei giovani tra i 18 e i 34 anni dice di farlo spesso.

 

Giovani, dunque, istruiti, mediamente benestanti e con figli. Gli spettatori più assidui hanno tra i 18 e i 54 anni, e il dato dei più giovani sembra particolarmente interessante: il 5% di loro infatti dichiara di non avere o di non guardare la tv (contro una media dell’1%), ma il 41% segue regolarmente o spesso programmi di cucina.

 

 

 

Il centro, il sud e le isole superano le altre zone d’Italia per numero di coloro che non rinunciano a parlare di buon cibo e di cucina anche quando si rilassano davanti alla tv: al sud e nelle isole, in particolare, i fanatici di programmi culinari arrivano al 51%.

I meno interessati all’argomento, invece, sono nel nord est.

 

Dati tratti dall’Osservatorio Ixè-Coldiretti 2016.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Tutti a dieta

Lo scorso marzo il Bloomberg Global Health Index ha assegnato all’Italia il titolo di Paese più in salute del mondo: su un totale di 163 paesi monitorati, il nostro è risultato quello in cui si vive meglio e più a lungo.

Il segreto di questo successo?

Le variabili utilizzate per stilare questa classifica includono l’aspettativa di vita, le cause di morte e i rischi per la salute dovuti a vari fattori, dallo stile di vita alla malnutrizione o alla disponibilità d’acqua potabile.

Un insieme di diversi fattori contribuisce dunque a questa ‘lunga vita italiana’, non ultimi un buon sistema sanitario pubblico e la nostra tradizionale dieta, fatta di prodotti freschi, frutta e vegetali, carne magra, pesce e olio di oliva.

Alcuni dati però fanno emergere tendenze diverse.

Nel 2016 sono stati spesi circa 4,5 miliardi di euro per combattere l’obesità (il 4% della spesa sanitaria nazionale): in linea con un trend purtroppo globale, infatti, anche il nostro Paese vede aumentare il numero d’individui affetti da patologie legate a una scorretta alimentazione e recenti statistiche rivelano che oggi un italiano su tre è sovrappeso, uno su dieci è obeso (molti anche i bambini) e uno su venti è diabetico.

Siamo in forma, dunque, e siamo ancora i più magri d’Europa, ma forse abbiamo bisogno di riscoprire il valore di alcune sane abitudini.

 

Non sorprende, dunque, che quasi il 50% degli intervistati nell’ambito di una nostra recente indagine dichiari di aver seguito una dieta nel corso dell’ultimo anno: nel 25% dei casi si è trattato di una dieta dimagrante (il 31% tra gli abitanti del sud e delle isole), ma molti hanno seguito un particolare regime alimentare anche per raggiungere diversi obiettivi, come disintossicare e purificare l’organismo (16% delle risposte), aumentare la propria forza ed energia (15%), o perché costretti da particolari patologie (diabete, celiachia ecc.) (14%).

 

A sorprendere un po’ potrebbe essere invece il dato per classi d’età: i giovani e i giovani adulti hanno seguito tutte le diverse tipologie di dieta in misura maggiore rispetto alla media e anche rispetto ai più anziani.

In particolare, il 33% dei 18-34enni ha fatto una dieta dimagrante e il 28 una per rinforzare i muscoli, mentre il 31% dei 35-44enni ha seguito, contro una media del 12, una dieta per migliorare l’aspetto di cute e capelli.

 

Un livello d’istruzione più alto favorisce probabilmente un più facile accesso alle informazioni che inducono a cambiare regime alimentare per migliorare la propria salute (il 36% di chi ha una scolarità alta ha indicato una dieta dimagrante).

 

Anche le disponibilità economiche influiscono sul rapporto tra italiani e diete: è raro che chi appartiene alle fasce meno abbienti dichiari di aver seguito particolari regole alimentari. Fa eccezione il caso di particolari patologie, a causa delle quali anche membri di famiglie a basso reddito hanno modificato regime alimentare nel 18% dei casi.

 

Doggy bag, tendenza in crescita

Il 2 agosto scorso il Senato ha approvato in via definitiva una legge sugli sprechi alimentari.

Tra i tanti comportamenti virtuosi che possono contribuire alla riduzione dello spreco di alimenti c’è anche l’abitudine, molto diffusa in Paesi come gli Stati Uniti o caldeggiata fortemente anche attraverso una legge ad hoc, come in Francia, di portare a casa gli avanzi del proprio pasto consumato al ristorante (la così detta doggy bag).

In Italia il 36% dei nostri connazionali chiede, spesso o talvolta, di portare a casa gli avanzi, e il 17% lo fa raramente.

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Questo dato è incoraggiante per due motivi: perché segnala un aumento significativo rispetto allo scorso anno, quando dichiarava di chiedere la doggy bag solo il 20% degli intervistati, e perché rivela che questo comportamento è molto diffuso tra i giovani (riguarda il 46% dei 18-24enni) che dimostrano così una certa coscienza ecologica e sensibilità verso il tema dello spreco, e forse anche una maggior facilità nel rompere alcuni schemi del comportamento alimentare tradizionale.

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Al Nord Est la percentuale di chi esce dal ristorante con la sua ‘scatola da asporto’ sale al 49%: forse qui c’è una tradizione più lunga di abitudini alimentari volte a ridurre gli sprechi?

Chi non chiede la doggy bag, invece, è in maggioranza chi dichiara di non lasciare mai nulla nel piatto quando va a mangiare fuori, ma c’è anche chi crede che non sia buona educazione o, addirittura, che sia un comportamento volgare e ‘da poveracci’, e sono soprattutto i più anziani a pensarla così.

La paura di attentati cambia le vacanze degli italiani?

Forse è troppo presto per capire che effetti avranno, sulle nostre coscienze e abitudini, i drammatici episodi cui assistiamo da mesi, più o meno direttamente riconducibili alla strategia di un terrorismo internazionale e su quali aspetti della nostra vita quotidiana.

Il nostro istituto, con la Confederazione Nazionale Coldiretti, è andato a verificare la ricaduta che questi attentati hanno avuto sulla scelta delle vacanze.

Il 70% degli italiani dichiara di non essere stato influenzato da questi eventi nel programmare le proprie ferie.

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Osservando le risposte nelle singole fasce di età si nota che il 90% circa degli over 64 non ha modificato i propri piani, lo ha fatto invece il 41% dei 18-24enni e il 38% dei 25-34enni.

Queste vistose differenze si spiegano analizzando le destinazioni delle vacanze: infatti tra i giovani sono più frequenti i viaggi verso città o paesi stranieri.

Quest’estate quasi il 40% dei 18-34enni visiterà un paese europeo, il 10% dei 25-34enni sarà negli Stati Uniti e il 10% dei 18-24enni in Asia.

Viceversa gli anziani scelgono in misura maggiore spostamenti in Italia e in luoghi tranquilli, meno urbanizzati.

 

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Estate 2016: le vacanze degli italiani

Estate, finalmente.

Luglio inaugura la stagione delle vacanze e 4 italiani su 10 partiranno per viaggi o luoghi di soggiorno proprio in questo mese. Con un aumento positivo nei numeri: rispetto agli anni passati, questa estate vede partire più persone e per periodi di vacanze più lunghi.

Diminuiscono notevolmente, infatti, coloro che non andranno in viaggio nemmeno per un giorno.

C’è un dato interessante che riguarda il rapporto tra vacanze e differenze di età: sembrerebbe che i giovani abbiano più possibilità e/o più tempo o semplicemente più abitudine a spostarsi viaggiare in confronto ai meno giovani, che, nel caso degli over 64, non faranno neanche un giorno di vacanza nel 54% dei casi.

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Aumenteranno, quest’anno, anche i chilometri percorsi per raggiungere le mete prescelte: la maggior parte degli intervistati rimarrà in Italia spostandosi però in regioni diverse da quelle di residenza (il 69%), e aumenteranno anche coloro che visiteranno altri paesi, europei soprattutto, ma non solo. Quasi il 40% dei 18-34enni viaggerà in Europa, un segnale, forse, di una disposizione maggiore ad allargare i confini, ad avvicinarsi all’ ‘altro europeo’, in questo periodo di incertezze sul fronte istituzionale e politico dell’Unione.
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Il mare, probabilmente soprattutto quello delle nostre coste, è sempre al primo posto nelle preferenze di chi farà una vacanza (ci andrà il 73%), seguito dalla montagna (con il 24%); aumenta, però, anche l’interesse verso luoghi meno scontati, se così si può dire, che rivelano un’apertura verso nuovi orizzonti e nuovi modi di rendere la vacanza non solo una risposta al bisogno di pausa e riposo dalle fatiche dell’anno trascorso, ma anche un’occasione per “nutrire lo spirito”.

E’ forse questa la spinta che fa scegliere a sempre più persone luoghi che offrano la possibilità di godere delle bellezze artistiche o architettoniche o partecipare a eventi culturali, concerti, spettacoli (come città, località di interesse artistico, archeologico ecc.), o, in alternativa, luoghi che permettano di riprendere contatto con una natura il più possibile incontaminata, come parchi o riserve naturali, o, più semplicemente, vera, come la campagna.

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Dove alloggeranno gli italiani durante le loro vacanze? Il 29% starà in albergo, il 25% in una appartamento in affitto, il 20% presso case di parenti o amici. E il 19% in un bed & breakfast, dato cresciuto rispetto all’anno scorso.

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Le ultime due opzioni sono le preferita dai giovanissimi con il 31% di loro che trascorrerà le vacanze godendo dell’ospitalità e della compagnia di amici e parenti e il 30% usufruirà dell’accoglienza di un bed & breakfast, soluzione che probabilmente risponde meglio alle esigenze di economicità e libertà di movimento tipiche di questa età.

 

La scuola e gli italiani

Per sentirsi a proprio agio davanti a un libro o un quadro bisogna almeno aver finito le scuole superiori?

1cultura

I residenti in Italia Settentrionale sono meno soddisfatti della scuola, la maggioranza di essi ritiene che abbia offerto loro una mediocre o insufficiente cultura generale.

La generazione dove c’è una più netta polarizzazione tra coloro che hanno ottenuto una buona cultura generale e coloro che la ritengono invece insufficiente è quella degli attuali 55-64enni, la generazione del ’68 e post ‘68.

Chi ha una licenza elementare per lo più si sottrae alla domanda, mentre chi ha raggiunto il diploma della scuola media inferiore segnala l’inadeguatezza della sua cultura.

2 carattere

Comunque sia, per il 78% degli italiani la scuola contribuisce, almeno in parte, a formare il carattere di un individuo. I più convinti sono i 45-64enni e i laureati. Ne riconoscono meno l’influenza i 18-29enni, non se ne sono ancora resi conto o è imbarazzante ammetterlo?

 

Stipendi degli insegnanti: mancano i soldi o la fiducia?

La scuola statale è ancora la più amata e stimata. I più convinti sono i residenti in Italia Centrale e i laureati. Il 18% della popolazione viceversa crede che le scuole private siano migliori.

La maggiore polarizzazione del giudizio di verifica tra i 18-29enni e i residenti nelle isole.

4 private

Oltre la metà degli italiani non crede che se i professori fossero pagati meglio la qualità dell’istruzione si accrescerebbe.

Il segmento che crede maggiormente in questa possibile soluzione sono gli over 64enni – una classe generazionale che forse ancora riconosceva un alto profilo e valore alla categoria.

 3 stipendi

L’esame di maturità è un trauma da cui ci si riprende solo facendo l’università?

5 utilità esami

Tempo fa la stampa riportava notizia di un ampio dibattito in corso in Francia sulla proposta di eliminare i voti a scuola, accompagnato da riflessioni soprattutto di natura pedagogica.

La posizione degli italiani sembra piuttosto netta: il 70% degli italiani è convinto che gli esami siano un metro valutativo obiettivo, e i laureati ci credono più di tutti; non condivide quest’opinione il 33% di coloro che hanno chiuso il percorso di studio con l’esame di maturità.

6 esami fortuna

Il 55% del campione ritiene che l’esito di un esame scolastico dipenda più dal merito che dalla fortuna. Ne sono meno convinte le donne, chi ha smesso di studiare dopo la media inferiore o superiore.

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