Costume

Acquisto diretto: chi (e perché) fa la spesa dal contadino?

Acquistare frutta e verdura, formaggio, vino ecc. direttamente in azienda sembra essere un’abitudine molto diffusa e radicata nel nostro Paese: da una recente indagine del nostro Istituto risulta, infatti, che solo il 14% degli intervistati dichiara di non farlo mai.

 

 

Il 57% dichiara di comprare prodotti alimentari dal produttore da una a quattro volte al mese: i più anziani sono i più assidui (il 25% dei 55-64enni ci va quasi ogni settimana), ma l’interesse per questa modalità di fare la spesa coinvolge anche i più giovani, infatti il 30% dei 18-24enni dichiara di frequentare le aziende agricole ogni mese.

 

 

Al Sud e nelle Isole il fenomeno sembra più diffuso che in altre aree.

 

 

La spinta più forte a fare questa scelta è la convinzione che il prodotto acquistato lì dove è stato creato ha una qualità superiore: è più fresco, più saporito… più buono, insomma (71% delle risposte). Ne sono persuase soprattutto le donne, i più giovani, gli abitanti del Centro e delle Isole e chi ha una scolarità medio-alta.

 

 

La possibilità di visitare il luogo di produzione (se non quella di assistere al processo stesso) e la certezza del km 0 trasmettono agli acquirenti anche un senso di affidabilità: il prodotto così acquistato è, per il 43% degli intervistati, più sicuro e controllato di altri venduti altrove.

A influenzare la scelta della modalità d’acquisto è anche la certezza di trovare prodotti locali, del territorio, ed è interessante notare che sono soprattutto i più giovani (18-24 anni) ad apprezzare questa caratteristica: forse per un rinnovato interesse verso specialità tipiche e dimenticate, o forse per una sensibilità maggiore verso questioni ecologiche e di impatto ambientale.

 

 

 

 

Per molti, infine, fare la spesa dal contadino è anche un modo per spendere meno: la pensano così le donne, gli abitanti del Centro Sud e, soprattutto, il 54% di chi ha tra i 25 e i 34 anni;

chi ha una scolarità alta dà particolare importanza, invece, al contatto e allo scambio di informazioni e conoscenze col produttore.

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Settembre 2017.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Fiori, piante e… ortaggi: il pollice verde degli italiani

Il fenomeno ha molti nomi e motivazioni diverse, ed è sempre più diffuso: gli orti urbani di quartiere o creati dalle amministrazioni locali, gli orti didattici nelle scuole, i giardini condivisi, tutti sembrano rispondere a un’esigenza diffusa di bellezza, salute e di quel particolare benessere psico-fisico che solo il rapporto con la natura, le piante e il verde possono produrre.

In sintonia con questa realtà variegata sembra essere l’attitudine privata degli italiani a circondarsi di verde anche in casa: se le piante aromatiche sembrano indispensabili (lo sono soprattutto per le donne), e quasi la metà degli italiani coltiva piante e fiori in vaso, significativo sembra il numero di coloro che coltivano orti (36%) e ortaggi anche sul proprio balcone, terrazzo o davanzale (27%).

 

 

 

Questo riavvicinamento a una nuova forma di autoproduzione – che sia un’esperienza sociale e condivisa con i propri famigliari o con gli abitanti del quartiere, o vissuta in privato, nel proprio giardino e in casa – sembra coinvolgere soprattutto i più giovani: i 18-24enni coltivano piante aromatiche (64%), un orto (46%) e ortaggi in vaso (37%) in misura maggiore della media.

 

 

Balconi e davanzali particolarmente fioriti e ricchi di piante e ortaggi sembrano essere diffusi soprattutto nell’Italia centrale, mentre la coltivazione di un orto sembra appassionare soprattutto gli abitanti del Nord Ovest.

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Settembre 2017.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Vacanze estive e paura di attentati

La paura di attentati non frena la voglia di viaggiare e i dati raccolti nel Rapporto sul Turismo 2017 lo confermano: già il 2016 è stato un anno record, con 1,2 miliardi di arrivi internazionali e una crescita del +3,9%.

Eppure gli effetti della strategia del terrore si fanno sentire sulla scelta delle destinazioni, sulle modalità e l’organizzazione delle vacanze: nell’estate appena trascorsa il numero degli italiani che afferma di aver modificato in qualche modo le proprie abitudini e i propri progetti di viag’io aumenta in misura considerevole rispetto alle precedenti rilevazioni.

Se, infatti, in occasione dei ponti e delle ultime vacanze primaverili il 29% dichiarava di essere stato influenzato dagli episodi di terrorismo, alla vigilia delle ferie estive la percentuale è salita al 38%.

 

 

A dirsi più influenzati da questi episodi sono soprattutto le donne e i 35-54enni.

 

 

 

Dal punto di vista territoriale, gli abitanti del Centro-Sud, e delle Isole in particolare, sembrano aver risentito maggiormente della paura degli attentati nell’organizzazione delle proprie vacanze.

 

 

Gli italiani continuano a voler viaggiare, dunque, ma chi ha più paura sceglie di rimanere in Italia: il 62% di chi ha modificato le proprie abitudini o progetti di viaggio sembra trasformare la preoccupazione in un’occasione per visitare le bellezze delle regioni italiane.

 

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Estate 2017.
Campione di 800 italiani maggiorenni

Vacanze di successo

Rientrati dalle ferie si possono fare dei bilanci: quand’è che si può dire che la vacanza è andata bene?

Per il 22% degli italiani, condizione necessaria per il successo di una vacanza è la possibilità di godere della bellezza della natura.

 

 

Orizzonti nuovi, paesaggi che suscitano emozioni e che rigenerano lo spirito, sono ricercati in particolare dai viaggiatori più anziani e da chi ha una scolarità mediamente più alta.

I più giovani riconoscono il valore del verde e dell’ambiente naturale, ma desiderano anche divertirsi (fare sport, vivere la notte…) e mangiare qualcosa di nuovo e diverso dal solito: il 10% di loro, infatti, si aspetta, da una vacanza di successo, anche la scoperta di nuovi sapori.

 

 

 

Le bellezze artistiche, storiche e culturali del luogo visitato sono invece la caratteristica più importante per il 18% degli italiani – soprattutto per chi ha tra i 45 e i 54 anni e per gli abitanti delle Isole – mentre un altro 18% ritiene indispensabile il relax: riposarsi sembra essere il sinonimo di vacanza soprattutto per le donne.

 

 

Anche il fattore umano è importante: il 21% dei 35-44enni indica come priorità la gentilezza e l’accoglienza degli operatori del settore ricettivo, e il 13% degli abitanti del Centro Italia ritiene che senza la simpatia e l’ospitalità della gente del posto la vacanza non possa dirsi perfettamente riuscita.

 

Ferie (e viaggi) d’agosto

Il 55% degli italiani che hanno deciso di partire questa estate lo farà proprio in questo mese.

 

In totale, nell’estate 2017 il 73% degli italiani farà un viaggio, e solo il 20% rimarrà a casa, contro il 27 dello scorso anno.

 

Aumenta dunque la voglia di muoversi, anche solo per pochi giorni: la durata media delle vacanze è, infatti, la stessa degli ultimi anni (circa 11 giorni), ma crescono i soggiorni lunghi un weekend o una settimana.

 

Però non è tempo di vacanze per tutti allo stesso modo: gli uomini si muovono di più (l’82% contro il 64 delle donne) e rimangono in vacanza per più giorni (11,4 giorni contro i 10,9 delle donne).

 

Un altro discrimine sembra essere l’età: i più fortunati, senza dubbio, sono i 18-24enni (solo il 2% di loro resterà a casa, e il 13% farà vacanze lunghe un mese, contro il 6% della media del campione), seguiti dai 35-44enni.

Il 41% degli over 64 invece non farà viaggi: mancanza di opportunità (economiche, di salute o altro) o carenza di offerte dedicate a questa fascia d’età?

 

La probabilità di passare le ferie lontano da casa sembra crescere insieme al grado di istruzione: più è alta la scolarità, più cresce la percentuale di vacanzieri e più si allunga la durata del soggiorno, con una differenza apparentemente significativa tra il livello basso e i livelli medio e alto.

 

Gli abitanti del nord est sembrano preferire le vacanze brevi, seguiti, in questo, dagli abitanti del sud, mentre gli isolani sembrano resistere meno degli altri al desiderio di viaggiare.

 

Dati tratti dall’indagine Ixè-Coldiretti Estate 2017.
Campione di 800 italiani maggiorenni

Il mestiere di chef

Per gli italiani fare lo chef è soprattutto un lavoro entusiasmante (41%) e faticoso (35%).

Due aggettivi che sembrerebbero sintetizzare al meglio le caratteristiche principali di questo mestiere: un’attività creativa, che coinvolge i sensi, unisce la chimica e l’arte, il metodo scientifico fatto di prove ed esperimenti con la sregolatezza del genio, ma che significa anche fatica, orari impossibili e in molti casi anche stress.

 

La pensano così più le donne che gli uomini, mostrando di apprezzare un mestiere che, ai livelli più alti, è ancora molto maschile: in Italia le chef stellate sono solo 45 su 134, un 13% che però, se confrontato con il dato di altri paesi (per esempio la Francia: 2,5%) e con la media mondiale (4%), potrebbe rappresentare, chissà, l’inizio di qualcosa di nuovo.

 

Fare il cuoco è anche un modo per ricoprire un ruolo di prestigio all’interno di una comunità (26% delle risposte): la pensano così in particolare le casalinghe, i 35-44enni, chi ha una scolarità alta e gli abitanti del nord est.

 

 

Gli abitanti del nord ovest sono quelli che vedono di più il lato faticoso (con il 51%delle risposte), mentre al sud e nelle isole è forte l’idea che questo sia anche un mestiere in cui si guadagna molto: complici forse le luccicanti carriere degli chef stellati che vediamo in tv, soprattutto chi ha un reddito più basso immagina questo come un mestiere particolarmente redditizio.

 

Dati tratti dall’Osservatorio Ixè-Coldiretti 2016.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Il piacere di cucinare

Gli italiani amano cucinare?

Domanda solo apparentemente semplice, se consideriamo questa come un’attività “che ha reso umani gli umani” (così Claude Lévi-Strauss definiva l’invenzione della cottura dei cibi) o come un linguaggio che crea legami e rinsalda identità, all’interno e tra diverse comunità.

La cucina è anche un sistema per tramandare conoscenze su cosa è buono da mangiare, grazie al quale possiamo far tesoro dei tentativi (chissà quanti dagli esiti disastrosi) dei nostri progenitori che sperimentavano su di sé cosa fosse commestibile o meno.

Cucinare ha dunque a che fare con una cultura del cibo che però in alcune società moderne sembra essere entrata in crisi, tanto da far riemergere un “dilemma dell’onnivoro”: il consumatore di oggi cerca velocità di consumo e si ritrova orfano di tradizioni culinarie, stordito da troppe informazioni, incapace di scegliere di fronte alla quantità di prodotti esposti sugli scaffali di cui non conosce più la composizione, l’origine, la materia.

È così anche in Italia? Forse no, visto che a circa il 70% degli italiani piace cucinare, e tra questi, al 30% piace molto.

 

La differenza tra i sessi sembra confermare una divisione di ruoli tradizionale. Molte più donne amano la cucina, ma il dato degli uomini segna forse un cambiamento: quasi il 60% infatti dichiara di provare gusto nel cucinare.

 

Sorprende invece il dato dei più giovani: con il 76% che ha risposto “molto” e “abbastanza”, i 18-34enni superano tutte le altre fasce d’età e sembrano voler recuperare un rapporto con la cultura del cibo così minacciata dalla modernità.

 

E chissà che non lo facciano anche attraverso gli studi: il piacere di cucinare risulta infatti maggiore tra gli intervistati con un tasso di scolarità più alto.

 

Avere più tempo a disposizione non sembra essere determinante per appassionarsi ai fornelli (le casalinghe e i lavoratori autonomi hanno risposto affermativamente nella stessa – alta – percentuale), mentre sembrano esserlo la disponibilità economica e la presenza di figli.

 

Ad ammettere più candidamente, invece, di non amare affatto la cucina sono soparattutto le coppie senza figli e gli abitanti delle regioni del Nord Est.

 

Dati tratti dall’Osservatorio Ixè-Coldiretti 2016.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Cucinare in tv (o dell’estetica del cibo)

Che sia per rilassarsi o per imparare nuove ricette, o anche solo per godere del lato estetico della buona cucina (dai luoghi e i paesaggi origine dei cibi fino all’arte di presentare la tavola), il 37% degli italiani segue, regolarmente o spesso, programmi tv in cui si parla di cucina.

Considerando anche chi lo fa qualche volta arriviamo a un pubblico che coinvolge quasi il 70% degli italiani.

I palinsesti degli ultimi anni rispondono a questo apprezzamento generale e rilanciano: dai nuovi divi della cucina stellata alle più classiche gare di cuochi, dal cibo di strada ai consigli anti-spreco, fino ad arrivare a network totalmente dedicati non c’è, in effetti, che l’imbarazzo della scelta.

 

La spinta forse non è solo quella di prendere spunti da mettere in pratica, visto che non solo chi tradizionalmente si occupa di far da mangiare, né chi presumibilmente avrebbe più tempo per farlo (come i pensionati) è attratto dal fascino della cucina in tv.

Tra le donne, infatti, chi segue regolarmente o spesso tali programmi è il 47% (e il 56% tra le casalinghe), ma anche il 34% degli uomini dice di guardare almeno qualche volta programmi sul cibo e la cucina, mentre il 34% dei giovani tra i 18 e i 34 anni dice di farlo spesso.

 

Giovani, dunque, istruiti, mediamente benestanti e con figli. Gli spettatori più assidui hanno tra i 18 e i 54 anni, e il dato dei più giovani sembra particolarmente interessante: il 5% di loro infatti dichiara di non avere o di non guardare la tv (contro una media dell’1%), ma il 41% segue regolarmente o spesso programmi di cucina.

 

 

 

Il centro, il sud e le isole superano le altre zone d’Italia per numero di coloro che non rinunciano a parlare di buon cibo e di cucina anche quando si rilassano davanti alla tv: al sud e nelle isole, in particolare, i fanatici di programmi culinari arrivano al 51%.

I meno interessati all’argomento, invece, sono nel nord est.

 

Dati tratti dall’Osservatorio Ixè-Coldiretti 2016.
Campione di 1.000 italiani maggiorenni

Tutti a dieta

Lo scorso marzo il Bloomberg Global Health Index ha assegnato all’Italia il titolo di Paese più in salute del mondo: su un totale di 163 paesi monitorati, il nostro è risultato quello in cui si vive meglio e più a lungo.

Il segreto di questo successo?

Le variabili utilizzate per stilare questa classifica includono l’aspettativa di vita, le cause di morte e i rischi per la salute dovuti a vari fattori, dallo stile di vita alla malnutrizione o alla disponibilità d’acqua potabile.

Un insieme di diversi fattori contribuisce dunque a questa ‘lunga vita italiana’, non ultimi un buon sistema sanitario pubblico e la nostra tradizionale dieta, fatta di prodotti freschi, frutta e vegetali, carne magra, pesce e olio di oliva.

Alcuni dati però fanno emergere tendenze diverse.

Nel 2016 sono stati spesi circa 4,5 miliardi di euro per combattere l’obesità (il 4% della spesa sanitaria nazionale): in linea con un trend purtroppo globale, infatti, anche il nostro Paese vede aumentare il numero d’individui affetti da patologie legate a una scorretta alimentazione e recenti statistiche rivelano che oggi un italiano su tre è sovrappeso, uno su dieci è obeso (molti anche i bambini) e uno su venti è diabetico.

Siamo in forma, dunque, e siamo ancora i più magri d’Europa, ma forse abbiamo bisogno di riscoprire il valore di alcune sane abitudini.

 

Non sorprende, dunque, che quasi il 50% degli intervistati nell’ambito di una nostra recente indagine dichiari di aver seguito una dieta nel corso dell’ultimo anno: nel 25% dei casi si è trattato di una dieta dimagrante (il 31% tra gli abitanti del sud e delle isole), ma molti hanno seguito un particolare regime alimentare anche per raggiungere diversi obiettivi, come disintossicare e purificare l’organismo (16% delle risposte), aumentare la propria forza ed energia (15%), o perché costretti da particolari patologie (diabete, celiachia ecc.) (14%).

 

A sorprendere un po’ potrebbe essere invece il dato per classi d’età: i giovani e i giovani adulti hanno seguito tutte le diverse tipologie di dieta in misura maggiore rispetto alla media e anche rispetto ai più anziani.

In particolare, il 33% dei 18-34enni ha fatto una dieta dimagrante e il 28 una per rinforzare i muscoli, mentre il 31% dei 35-44enni ha seguito, contro una media del 12, una dieta per migliorare l’aspetto di cute e capelli.

 

Un livello d’istruzione più alto favorisce probabilmente un più facile accesso alle informazioni che inducono a cambiare regime alimentare per migliorare la propria salute (il 36% di chi ha una scolarità alta ha indicato una dieta dimagrante).

 

Anche le disponibilità economiche influiscono sul rapporto tra italiani e diete: è raro che chi appartiene alle fasce meno abbienti dichiari di aver seguito particolari regole alimentari. Fa eccezione il caso di particolari patologie, a causa delle quali anche membri di famiglie a basso reddito hanno modificato regime alimentare nel 18% dei casi.

 

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